“Una fedeltà che genera futuro”: il sacerdozio nella Chiesa di oggi

Su Il Cittadino ogni settimana una rubrica dedicata all’approfondimento di alcuni temi legati al Concilio Vaticano II

A partire da questo numero, Il Cittadino propone ai suoi lettori una rubrica dedicata all’approfondimento di alcuni temi legati al Concilio Vaticano II. Nell’Udienza Generale del mercoledì, lo scorso 7 gennaio Papa Leone XIV ha iniziato il nuovo ciclo di catechesi dedicato proprio al Concilio e alla rilettura dei suoi Documenti. “Si tratta – ha detto il Papa – di un’occasione preziosa per riscoprire la bellezza e l’importanza di questo evento ecclesiale. Il Concilio, come ha affermato San Giovanni Paolo II alla fine del Giubileo del 2000, è la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX”.
Gli approfondimenti e le interviste che proporremo non seguiranno necessariamente i temi affrontati dal Santo Padre nelle Udienze del mercoledì.

Nel mese di dicembre è stata pubblicata la Lettera Apostolica “Una fedeltà che genera futuro” scritta da Papa Prevost in occasione del 60esimo anniversario dei Decreti Conciliari Optatam Totius e Presbyterorum Ordinis.

Il primo (pubblicato il 28 ottobre 1965) è dedicato in particolare alla formazione dei sacerdoti e sottolinea l’importanza di una preparazione umana, spirituale, intellettuale e pastorale solida.

Il secondo (pubblicato il 7 dicembre 1965), sul ministero e sulla vita dei sacerdoti, ne evidenzia la conformazione a Cristo e il servizio al Popolo di Dio.
Il tema centrale della Lettera Apostolica di Leone è la fedeltà alla vocazione sacerdotale. Richiama innanzitutto l’importanza di un’autentica formazione sacerdotale, che comprenda la crescita umana e spirituale dei seminaristi e dei presbiteri. “Nei sei decenni trascorsi dal Concilio – scrive il Papa – l’umanità ha vissuto e sta vivendo cambiamenti che richiedono costante verifica (…). Di pari passo, la Chiesa è stata condotta dallo Spirito Santo a sviluppare la Dottrina del Concilio secondo la forma sinodale e missionaria”; questo è quindi l’intento della Lettera: riconsiderare l’identità e la funzione del ministero ordinato alla luce di ciò che il Signore chiede oggi alla Chiesa.
Il tema della vocazione, che è ‘dono del Padre’ e obbedienza alla propria chiamata, è inteso come servizio al popolo di Dio e responsabilità verso la comunità, e si costruisce “ogni giorno attraverso l’ascolto della Parola di Dio, la celebrazione dei sacramenti, l’evangelizzazione, la vicinanza agli ultimi e la fraternità presbiterale”.

Centrale anche il richiamo alla formazione integrale e permanente, ritenuta indispensabile per garantire credibilità e maturità nella vita ecclesiale: “Tutti i presbiteri – continua Leone XIV – sono chiamati a curare sempre la propria formazione per mantenere vivo il dono di Dio ricevuto con il sacramento dell’Ordine”. La fedeltà alla chiamata, dunque, non è staticità o chiusura, ma un cammino di conversione quotidiana che conferma e fa maturare la vocazione ricevuta.
Il Papa invita inoltre a riscoprire la dimensione della fraternità presbiterale, necessaria a superare la tentazione dell’individualismo, “che mal si coniuga con l’azione missionaria ed evangelizzatrice”, e caldeggiata affinché non si cada nella deriva della solitudine: “per questo – suggerisce il Santo Padre – auspico che in tutte le Chiese locali possa nascere un rinnovato impegno a investire e promuovere forme possibili di vita comune, così che i presbiteri possano reciprocamente aiutarsi”. Qui un richiamo anche alla figura del diacono permanente, “un ministero e un dono da conoscere, valorizzare e sostenere”, che in collaborazione con il presbitero è unito dalla stessa passione per il Vangelo e diventa una testimonianza luminosa di comunione.
Un cenno, inoltre, ai fedeli laici. Il documento richiama la cooperazione tra sacerdoti e laici, indicando che i ministri ordinati non devono assumere tutti i compiti pastorali o concentrare su di sé tutte le responsabilità. In una Chiesa sinodale e missionaria, la corresponsabilità dei laici è considerata importante per riconoscere e valorizzare i doni e i carismi distribuiti dallo Spirito.
La fedeltà autentica è sempre missionaria. Presbiteri, diaconi, laici e consacrati sono chiamati, quindi, ciascuno secondo la propria vocazione, a partecipare all’unica missione della Chiesa. In questa prospettiva, la fedeltà personale diventa corresponsabilità ecclesiale.
La carità pastorale, poi è il principio che unifica la vita del presbitero; il suo ‘donarsi senza riserve’ però non può e non deve comportare la rinuncia alla preghiera, allo studio, alla fraternità sacerdotale. L’adesione alla volontà di Dio, inoltre, fugge ogni personalismo e ogni celebrazione di se stessi, nonostante l’esposizione pubblica cui talvolta il ruolo può obbligare. Per questo, avverte il Papa, l’uso dei social network e di tutti gli strumenti oggi disponibili va valutato sapientemente, “assumendo come paradigma del discernimento quello del servizio all’evangelizzazione”.
Papa Prevost affronta inoltre il tema della carenza di vocazioni al presbiterato. Di fronte a questa realtà, il Papa invita la Chiesa a non rinunciare a proporre ai giovani scelte forti e significative, cioè una vocazione autentica, radicale e impegnativa.
La fedeltà alla propria vocazione, sottolinea Leone XIV, richiede coraggio: essere capaci di proporre valori chiari e scelte di vita impegnative, senza adattamenti superficiali. È assai importante l’accompagnamento spirituale e formativo dei giovani. Sacerdoti, educatori e comunità devono aiutarli a discernere la propria vocazione, valorizzando le loro attitudini, passioni e carismi, e sostenendoli nel cammino con fiducia e pazienza.
In conclusione, il Papa auspica che la celebrazione dei due Decreti conciliari non sia un semplice ricordo storico, ma diventi l’occasione per una rinnovata Pentecoste vocazionale, con nuove e perseveranti vocazioni al sacerdozio ministeriale e un impegno rinnovato nella promozione vocazionale e nella preghiera affinché “non manchino mai operai per la messe del Signore”.