Al cinema: Hamnet

Regia di Chloé Zhao. Con Jessie Buckley, Paul Mescal, Emily Watson. Durata 125 minuti.
Siamo in Inghilterra, a Stratford-upon-Avon, nel 1580. Una donna dorme nel folto di una foresta, al riparo di una radice che sembra farle da culla. E’ Agnes Hathaway, di cui si innamora Will, figlio di un guantaio, che per ripagare i debiti di un padre dispotico dà lezioni di latino a casa di Agnes. Tra i due scatta un amore appassionato e profondo dal quale nascono dei bambini, ma un grave lutto metterà a durissima prova il loro amore e la loro unione.
Chloé Zhao, è nata a Pechino nel 1982, si è poi trasferita negli Stati Uniti, dove ha studiato per diventare regista.
Distintasi particolarmente per l’attenzione verso le comunità che vivono ai margini, come ad esempio i nativi americani, ha sempre curato tutto del film, dalla regia, alla sceneggiatura, al montaggio.
Zhao ha vinto l’Oscar nel 2021 con “Nomadland” (seconda donna regista statunitense, dopo Kathryn Bigelow, ad ottenere l’ambito premio). Per “Hamnet” si è ispirata all’omonimo romanzo dell’Irlandese Maggie O’Farrell. L’opera è fondamentalmente la genesi di “Amleto” (una scritta iniziale informa che nei registri dell’epoca i nomi “Hamnet” e “Hamlet” erano interscambiabili), ma la regista narra la storia dal punto di vista della moglie del famoso bardo: Ann Hathaway (nel film, Agnes). Agnes è una donna che vive a contatto con la natura in modo ancestrale, infatti di lei tutti parlano come la figlia di una strega del bosco. Una creatura piena di slancio, appassionata, che ama i suoi figli e suo marito, di cui accetta anche la lontananza, quando William è intento a far conoscere le sue opere a Londra.
Mentre si snoda la narrazione si avvertono molti degli elementi che fanno parte delle opere di Shakespeare: il tema delle identità scambiate de “La dodicesima notte”, i gemelli de “La commedia degli errori”, le streghe di “Re Lear”, infine e soprattutto “Amleto”.
Il film affronta i temi della vita e della morte in particolare, senza mai cadere nel patetico, bensì trovando in questo caso anche la funzione catartica del dramma teatrale. Insomma, “Hamnet. Nel nome del figlio” è un film sulla vita e sull’arte, sul superamento del dolore, a tratti poetico. “Hamnet” non vuole essere una trasposizione fedele della vita del Bardo, ma il cast eccellente, in cui emerge la bravissima Jessie Buckley, la sceneggiatura e l’ambientazione, in cui anche il bosco diventa parte del racconto, ne fanno un’opera molto coinvolgente ed emozionante. Soltanto la complessità della trama e alcuni momenti fanno sì che non sia adatto ai più piccoli.