I 25 anni del Museo Diocesano

È stato aperto al pubblico in occasione delle celebrazioni del Giubileo del 2000

Era un pomeriggio di dicembre 2000 e mancavano pochi giorni all’apertura del nuovo Museo Diocesano; l’occasione di entrarvi anzitempo mi si era presentata accogliendo una proposta di stage universitario. Sconosciuto ai più, come solo alcuni luoghi straordinari della nostra città ancora riescono ad essere, incastrato tra la Cattedrale, la sede dell’Archivio di Stato (già Palazzetto delle carceri) e Palazzo Ducale, il chiostro di San Lorenzo si stava preparando a diventare sede museale.

Quando ne varcai la soglia, vidi con meraviglia come le luci del tardo pomeriggio riscaldassero il bianco del marmo e il grigio della pietra di Promontorio del chiostro romanico: dietro l’ordinato filare delle colonnine binate, oltre le aperture degli archetti a tutto sesto, il lavorìo degli allestimenti animava le stanze del piano terra e la sontuosa scenografia barocca degli affreschi al piano superiore.
Sulle vetrate dell’ambulacro si specchiava la grande cupola dell’Alessi, esempio di cinquecentesco equilibrio e simbolo della Cattedrale di San Lorenzo.
Mi misi subito a disposizione di Giulio Sommariva, allora conservatore del Museo, e iniziai a lavorare.
Quei pochi giorni precedenti l’apertura furono intensi, emozionanti, un ricordo fermato nella memoria e nel cuore; altrettanto coinvolgenti i mesi successivi, in cui proseguendo nel lavoro di stage, lavorai accanto ad una persona di grande esperienza, e imparai i primi rudimenti della vita di un museo.
Questo primo ricordo è per me una piccola gemma all’interno della mia storia personale.
Il cammino che ha condotto alla sua apertura è altrettanto importante: il restauro del chiostro di San Lorenzo (1988-1992) per renderlo adatto ad ospitare una moderna sede museale, curato da Giovanna Rotondi Terminiello, Gianni Bozzo e Mario Semino per i primi allestimenti, con Giulio Sommariva come conservatore; due mostre intitolate “Verso un nuovo museo” nel 1994 e nel 1996 per testare quale fosse il patrimonio ecclesiastico che poteva esservi ospitato e quindi nel 2000, in occasione delle Celebrazioni del Giubileo, la sua apertura al pubblico.
Già nel primo anno di attività si saldò ulteriormente la collaborazione tra Arcidiocesi di Genova, Soprintendenza ligure, Comune di Genova e Regione Liguria con il deposito della collezione dei Teli della Passione, acquistati grazie alla pervicacia e alla passione di Marzia Cataldi Gallo e da allora conservati al Museo.
Da allora l’attività è continuata in modo serrato.
Il confronto con le esigenze del pubblico e la necessità di ospitare le diverse tipologie di opere in modo adeguato ha portato a rivedere la successione delle sale al piano terra (2008-2013), a riallestire la biglietteria e gli spazi adiacenti (2017) fino alla recente revisione del piano interrato e il riallestimento del Monumento Fieschi (2020-2024) con il fondamentale sostegno della Compagnia di San Paolo.
Anche i depositi sono stati oggetto di intervento, inserendo le griglie per i dipinti, spostando e migliorando la disposizione degli armadi e. soprattutto, creando un grande spazio dedicato all’attività educativa, pilastro del Museo insieme alla conservazione e alla valorizzazione del patrimonio.

Fondamentale è stata la collaborazione con gli uffici dell’Arcidiocesi e con tutti gli enti ecclesiastici diocesani (parrocchie, confraternite, ordini religiosi, conservatori e fondazioni religiose) per valorizzare, attraverso piccole mostre, presentazioni di restauri, restituzioni di beni, depositi temporanei tutta la ricchezza di una storia millenaria, qual è la presenza cristiana a Genova.
Una disponibilità a lavorare in rete che si è manifestata anche nell’organizzazione di iniziative tra i diversi musei genovesi (civici, statali, privati) e in collaborazioni aperte al territorio nazionale.
In questo senso, l’adesione del Museo diocesano di Genova ad AMEI (Associazione dei Musei Ecclesiastici Italiani) fin dai primi passi della vita associativa ha contributo a stringere significativi rapporti di parternariato con gli altri musei ecclesiastici distribuiti in tutt’Italia.
Un museo non si può definire tale se, oltre ad essere visitato, non contribuisce alla crescita umana, sociale, spirituale dei cittadini.
L’educazione al patrimonio è quindi la vera chiave di volta di un’attività che ha voluto coinvolgere – con il mood “Imparare divertendosi” – le famiglie, le scuole di ogni ordine e grado – a partire dall’infanzia con il progetto “Lilliput. A piccoli passi nei Musei” fino alla terza età -, rivisitando la catechesi con l’arte perché i giovanissimi che si preparavano a ricevere i Sacramenti diventassero testimoni della Parola di Cristo e responsabili della storia del territorio conoscendone i frutti di storia e di arte.
Un museo aperto a tutti, ciascuno con le proprie capacità e il diritto a poter conoscere, a godere della coinvolgente bellezza dell’arte, è un museo che utilizza al meglio le proprie risorse e restituisce altrettanto alla comunità da cui dipende: per farlo è necessario essere preparati, conoscere come interagire con le fragilità di ognuno per trasformarle in nuovi modi di osservare e vivere il presente.
È necessario non farsi abbattere dalle difficoltà e dalle facili ricette, e perseguire l’obiettivo di rendere il museo uno spazio da vivere quotidianamente, per ricevere ristoro e forza dalla presenza di oggetti, dal racconto di storie che narrano vite simili alle nostre, in una testimonianza di umanità che ha bisogno di essere continuamente rinforzata e ravvivata.
Questo, io credo, il futuro del Museo Diocesano di Genova.