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Le relazioni internazionali degli USA: ne parla il libro di Giuseppe Sarcina

Intervista all'autore de “Il mondo sospeso”, che ha presentato a Genova il suo libro

Le relazioni internazionali degli USA: ne parla il libro di Giuseppe Sarcina

Una lettura attenta e complessa della crisi in Ucraina, vista dall’interno dello Studio Ovale della Casa Bianca e con gli occhi del presidente americano Biden e dei suoi più stretti collaboratori. È il libro “Il mondo sospeso. La guerra e l’egemonia americana in Europa” di Giuseppe Sarcina, storica firma del Corriere della Sera, vincitore di diversi premi giornalistici e corrispondente da Bruxelles dal 2003 al 2007 e poi dagli Stati Uniti dal 2015. L’immagine restituita dal volume, edito da Solferino e disponibile alle librerie San Paolo, è quella di un mondo in bilico tra il rischio di una lunga guerra e una pace complicata.

Come è cambiata la strategia globale degli Stati Uniti e le sue relazioni con il Cremlino in seguito all'invasione russa dell'Ucraina?
Fin dal primo momento in cui Biden è arrivato alla Casa Bianca nel gennaio del 2021 ha cercato di perseguire sostanzialmente due obiettivi in politica estera: il primo era quello di “stabilizzare” le relazioni con la Russia, che rimaneva per gli americani un avversario e una minaccia storica, ma non imminente. Con Putin, dunque, si poteva e forse si doveva negoziare. Il secondo era invece quello di concentrare e dirottare tutte le risorse verso la Cina, il vero avversario epocale degli Stati Uniti. Questo riposizionamento degli americani è stato bruscamente interrotto dalla guerra in Ucraina, che ha costretto Washington a ritornare in forze in Europa. Gli americani si sono resi conto che era impossibile negoziare con Putin e hanno cominciato a sostenere militarmente la resistenza di Kiev.

Ma è davvero impossibile negoziare con un uomo che ha compiuto crimini di guerra così efferati o conviene instaurare un dialogo per il bene supremo della pace?
La svolta americana è maturata ad aprile, quando sono stati scoperti gli eccidi di Bucha. In quei giorni il Congresso schiumava di rabbia al vedere quello che stava accadendo e anche nell'opinione pubblica si percepiva un'indignazione palpabile. A quel punto Biden si è reso conto che doveva cambiare passo rispetto all'approccio gradualista che aveva mantenuto fino a quel momento.
Sul tema della necessità del dialogo credo che nessuno abbia parlato più chiaramente di Papa Francesco. Questo è un obbligo della diplomazia americana e mondiale. Un lavoro che deve essere svolto con trasparenza, cercando di richiamare ciascuno alle proprie responsabilità e coinvolgendo non solo i belligeranti, ma anche altri Paesi. Insomma, vanno scoperte le carte e andrebbe messo sul tavolo tutto ciò che è possibile per favorire almeno un cessate il fuoco.
Gli Stati Uniti sono tornati in Europa soprattutto militarmente come Paese leader della NATO, coordinando l'invio di armi a Kiev, dispiegando uomini e mezzi nel Vecchio Continente e installando basi permanenti in Polonia e in Grecia. Questo ritorno non rischia di soffocare i progetti di difesa comune europea?
Sì, rischia di mandarli in soffitta per molti anni. Questa è una realtà con cui dobbiamo fare i conti. Alcuni Paesi europei come la Polonia, la Grecia, i baltici, Svezia e Finlandia hanno scelto di schierarsi con gli Stati Uniti anziché con l’Unione Europea quando si parla di sicurezza. Per decenni in Europa è stato predicato e praticato il teorema Merkel, cioè l'idea che il dialogo e, soprattutto, i commerci con i russi avrebbero smussato le tensioni con il Cremlino. Questa teoria è entrata in crisi con la guerra in Ucraina e gli europei si sono ritrovati spiazzati. La mia impressione è che sia troppo tardi per cambiare rotta e spostare l’ingente quantità di risorse che sarebbe necessaria per avere un sistema di difesa comune efficace.

Lo scorso febbraio, a un anno dall'inizio della guerra in Ucraina, Papa Francesco ha lanciato un appello a quanti hanno autorità sulle nazioni perché si impegnino concretamente per avviare dei negoziati. Quali spiragli di pace intravede per l'Europa oggi e che cosa può fare l’America per favorirli?
Sembra che il governo degli Stati Uniti abbia un po' rinunciato all’opzione del negoziato. Non ci sono segnali di una ripresa del dialogo da parte degli americani. Ricordiamo che l’impegno diplomatico della Turchia, insieme al Vaticano e all'Onu, ha consentito di ottenere l'unica importante intesa che finora è stata raggiunta in questa guerra, quella sull'export del grano ucraino. Penso che sia un dovere della politica mantenere sempre aperta questa possibilità.

Uno dei timori maggiori all’interno dell’amministrazione americana all’inizio della guerra era che l'invio di armi potesse fomentare un’escalation nucleare con il Cremlino. È possibile pensare di sconfiggere una potenza atomica come la Russia?
In questo momento sembra stia prevalendo l’idea di andare fino in fondo e di costringere Putin a negoziare da una posizione di estrema debolezza perché la probabilità di una reazione drammatica e catastrofica da parte della Russia è considerata improbabile dagli esperti americani. Però questo pericolo c’è e anche la Cina in questi giorni si è riaffacciata sulla scena internazionale per denunciarlo: Pechino ha detto chiaramente che il mondo non può permettersi di mantenere aperto un conflitto che rischia di tirare in ballo le armi nucleari.

Fonte: Il Cittadino
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