Mio padre, una cassetta degli attrezzi e la manutenzione delle parole

Una riflessione in vista della Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali

Domenica 17 maggio la Chiesa celebra la 60esima Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali. Nel suo messaggio, Papa Leone si è soffermato sulla necessità di “Custodire voci e volti umani” – questo il titolo – di fronte alle sfide che una fruizione sempre più veloce dell’informazione, le possibilità e rischi insiti nell’intelligenza artificiale pongono all’informazione e alla comunicazione. Scrive il papa: “La sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati. Questa alleanza è possibile, ma ha bisogno di fondarsi su tre pilastri: responsabilità, cooperazione e educazione. (…) Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona. Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica.”
Ecco una riflessione che ci offre la giornalista Emanuela Castello:

Quando è morto mio padre io non sapevo appendere un quadro al muro e andavo in crisi se la lavastoviglie aveva bisogno di una guarnizione nuova, perché per anni mio padre interveniva per risolvere qualsiasi problema di piccola manutenzione domestica. Aveva messo insieme una piccola cassetta degli attrezzi di emergenza, che era sempre pronta, nel bagagliaio dell’auto. E risolveva. I problemi. E me. Perché di fronte ad un quadro da appendere io aspettavo che arrivasse mio padre.
Ho la sensazione che la quantità di informazioni e di possibili interpretazioni a cui ogni giorno sottoponiamo il nostro cervello abbia su di noi lo stesso effetto che aveva mio padre: non guardiamo quello che accade come una opportunità di scoprire qualcosa di nuovo, di allargare il perimetro della nostra conoscenza. Il mondo della comunicazione cambia alla velocità della luce mentre una pandemia ha aggravato le ancora fresche conseguenze di una crisi finanziaria globale e intere generazioni si spostano per trovare riparo da condizioni climatiche inedite e guerre intrecciate fra loro. E tutto questo ha portato con sé ben più di una verità. In un amaro monologo reso celebre da Valerio Aprea, Mattia Torre dice che troppe parole svuotate di contenuto generano l’abitudine a non capire fino in fondo quello che accade, perché tre o quattro spiegazioni diverse – che si contraddicono – annacquano la possibilità di individuare quale sia quella vera. La verità, dice, “è una scatola vuota: la verità, in fondo, è sempre di qualcuno. La verità è la mia e la tua”.
Quale parte di responsabilità ha il giornalismo italiano in questa opacizzazione della verità? Esiste un problema strutturale. Secondo il World Press Freedom Index del 2026, il resoconto annuale di Reporters Senza Frontiere sulla libertà di stampa, che mette a sistema percezioni e condizioni di lavoro di migliaia di giornalisti, giuristi e attivisti, nel 52,2% del pianeta lo stato dell’informazione è difficile o molto difficile. L’Italia è scivolata quest’anno dalla 49esima alla 56esima posizione nell’indice mondiale della libertà di stampa: nel nostro Paese le cause risiedono principalmente nel tentativo della politica di indirizzare le redazioni verso forme di comunicazione più che di informazione e nella crescente condizione di precariato dei giornalisti. E i giornalisti questo lo sanno: lo sanno ogni mattina quando aprono i quotidiani, quando entrano in redazione – per chi una redazione ce l’ha – quando accendono il pc e contano quanti colleghi sono in servizio quel giorno, quanti pezzi dovranno scrivere e con quali tempi e quanto potranno legittimamente guadagnare con il loro lavoro. I giornalisti lo sanno e sanno anche che non è in loro potere risolvere questa situazione.
Cosa resta, allora? Resta la possibilità di avvicinare lo sguardo, resta la possibilità di tentare. Restano le parole. “La verità è la mia e la tua ma la realtà è una e una sola”, aggiunge Mattia Torre nella riga successiva di quel monologo. Pur incanalata fra gli stretti argini del precariato e dei tempi resta la possibilità di avere cura delle parole, di ogni singola parola. Che significa fermarsi. Capire cosa occorre dire, spiegare, portare a conoscenza. Scegliere parole che descrivano con esattezza semantica ciò che si è scelto di comunicare. Riordinarle perché ogni frase aggiunga qualcosa. Comprendere quali ancoraggi mancano perché di ciascuna di quelle parole risuoni l’esatto significato che occorre trasmettere e provare ad avvicinarsi un po’ di più alla realtà nuda attraverso una telefonata, una domanda, un confronto o una breve ricerca. E spiegare l’orizzonte, lo sfondo e il terreno su cui ciò che stiamo raccontando è nato, cresciuto, germogliato. Ripetuto nel tempo con fedeltà e costanza, anche quando immediatamente sembra non avere efficacia, tutto questo non è uguale a zero. Genera un habitus mentale, riaccende il desiderio e la speranza.
Due anni fa all’inizio del percorso di preparazione alla Prima Comunione don Paolo, parroco a Chiavari, ha chiesto a una ventina di bambine e bambini cosa fosse per loro la speranza e forse per effetto di qualche malcelato guasto materno mia figlia, che allora aveva nove anni, scrisse su un foglietto: “Io”. Oggi la sua candida e disarmante lucidità è uno dei miei mantra. E l’ho ritrovata nella constatazione netta che nello scorso novembre il vicedirettore di TgCom24 Maurizio Amoroso ha squadernato di fronte alle giovani giornaliste e ai giovani giornalisti che partecipavano all’annuale Scuola di Formazione di Assisi dell’Unione Cattolica della Stampa Italiana: “Guardate che la vostra speranza siete voi”, ha detto, suggerendo di non lesinare in formazione e puntiglio per costruire una professionalità propria, capace di adattarsi alle mutate e mutevoli condizioni del sistema. Non possiamo sperare che cambino le cose. Ma possiamo iniziare a cambiare qualcosa noi. Cercando quegli ambiti che sostengono ogni tentativo che va in questa direzione, luoghi in cui quel tentativo è accolto e incoraggiato. Per questo UCSI a Chiavari propone per il prossimo 28 maggio proprio sul tema della verità e della post verità un corso di formazione che vuole cercare le cause antropologiche dello scollamento fra realtà e verità, mettere in fila tentativi sul campo di un racconto carico di desiderio, e riordinare quei principi deontologici che devono essere base e fondamenta di ogni prodotto giornalistico. Per provare ad allargare anche solo di un millimetro il perimetro di una informazione che curi ogni parola guardando il più possibile la realtà da vicino. Quando è morto mio padre mio zio mi ha regalato una cassetta degli attrezzi nuova. All’interno ha sistemato gli utensili da lavoro indispensabili. L’ha portata a casa mia e l’ha infilata nel ripostiglio. E ha detto in dialetto (la lingua della realtà): “Ora impara ad usarla. Ne hai bisogno”.
Ecco. Forse non abbiamo più padri. Ma c’è chi ha capito che abbiamo bisogno di attrezzi per scegliere un linguaggio nuovo. Accettando la sfida della piccola manutenzione delle parole, della cura faticosa e costante del linguaggio, di capaci di riaccendere il desiderio.