50 anni dal terremoto del Friuli: la delegazione genovese alle celebrazioni di Venzone

Sabato 2 e domenica 3 maggio scorsi la Chiesa di Genova, con una delegazione di una decina di persone coordinata dalla Caritas Diocesana, è stata a Venzone, in provincia di Udine, per partecipare al 50° anniversario dal terremoto che colpì il Friuli nel 1976: la prima scossa avvenne il 6 maggio, una seconda – più forte della prima – il 15 settembre. Come raccontato da Silvana Piccinini sullo scorso numero del Cittadino, Genova vide il coinvolgimento di decine di volontari, la presenza forte di don Piero Tubino, allora direttore della Caritas Diocesana, e soprattutto di Don Pietro Lupo, “a cui – ricorda Piccinini – l’Arcivescovo concesse di rimanere a Venzone per un anno; la riconoscenza della popolazione verso il suo servizio rimane incisa sull’altare del Duomo ricostruito.”
Abbiamo chiesto a Gabriele Parodi, di Caritas Genova, di raccontarci questi due giorni così particolari, tra memorie e legami che, nati in mezzo alla distruzione e al lutto, da oltre 50 anni restano saldi e vitali.

È stato complicato capire perché devi andare in Friuli per le celebrazioni dei cinquant’anni del terremoto. Difficile, perché sono passate generazioni, allora eri bambino e dei fatti terribili del 6 maggio 1976 avevi un’idea superficiale. La credevi una pagina su cui si era posata troppa polvere per poter ancora esser letta oggi.
Poi arrivi qui e il Friuli ti prende per mano e piano piano cominci ad intuire cosa sia successo quando la terra tremò, quando l’“Orcolat” ha devastato ogni cosa e ha cambiato per sempre le vite e l’essere stesso dei Friuliani. Lo avverti entrando nel Duomo di Venzone, dove la ricostruzione non ha rimosso i segni delle ferite ma ha preservato quella frattura che ha toccato singoli, famiglie e una comunità intera. Dove sono state pazientemente raccolte, pulite, catalogate le oltre 12.000 pietre del duomo completamente distrutto, perché il terremoto non portasse via anche le radici, la storia di ognuno e di tutti. Piano piano intuisci anche il significato del nostro essere qui, con Don Andrea Parodi, delegato dell’Arcivescovo, una rappresentanza della Caritas di Genova e quattro volontari di allora, testimoni oggi di quell’esserci e dare una mano allora. Te lo spiega il parroco di Venzone, don Roberto Bertossi – che eleva il nostro piccolo gruppo e la nostra presenza ad omelia vivente – cosa significhi essere comunità, presenza, solidarietà di Chiesa che nasce dal Cristo Risorto. Non sono andati persi in questa comunità i ricordi di Don Pietro Lupo, che tra questa gente ha condiviso anni, e di Don Piero Tubino, motore infaticabile dell’essere Caritas. Ti racconta cosa abbia significato per questa gente forte e orgogliosa imparare a chiedere aiuto, scoprire di non essere soli e dimenticati quando sembrava che tutto fosse perduto perché l’Orcolat tutto aveva spezzato, quando il dolore schiacciava i cuori più delle macerie.
Poi vedi persone che si scrutano, per ritrovare il ventenne di ieri nelle persone di oggi, si apre l’album dei ricordi e straripa un fiume di memoria che coinvolge anche chi non c’è più. Ti raccontano di un legame che non si è spezzato, fatto anche di pandolci e palmette che partono da Genova e vedi Paola, commossa, cantare in Friulano parole e melodie che era certa di aver dimenticato.
Perché c’è stato un prima e un dopo per tutti. Come ha ricordato il Card. Matteo Zuppi celebrando Domenica 3 maggio la messa in suffragio delle vittime e di ringraziamento per quanti aiutarono: “La solidarietà ha cambiato la vita di tutti, chi ha aiutato e chi era aiutato. Alla fine non si distinguevano più e quei giorni, quelle settimane hanno segnato la loro vita. Nessuno è tornato come era venuto. Hanno trovato tanto amore, hanno dato tanto amore.” La Santa Messa è stata ricca di emozioni: la processione dei crocifissi delle comunità colpite dal terremoto, l’elenco delle 65 Diocesi che son partite da tutte Italia e ieri erano ancora a testimoniare una vicinanza che sfida il tempo per raccogliere quanto di prezioso quei giorni ci hanno insegnato. Ancora Zuppi: “Una lezione per tutta l’Italia e per il mondo di cosa significa lavorare e lavorare insieme dove ciascuno fa il massimo senza opportunismi, polarizzazioni, calcoli, convenienze piccine e di parte, perché l’unica parte è affrontare il dolore e ricostruire. Si manifestò un noi forte, resistente, perché era chiaro e indiscusso che il tutto è superiore alla parte.”
Alla fine ci è stato chiaro perché bisognava esserci, a Venzone, in Friuli. Siamo andati via più ricchi, salutati dal loro “mandi”, l’espressione con cui ci si lascia, consegnandoci l’uno l’altro nelle mani di Dio.