Genova e Liguria
EDITORIALE – Scuola e stranieri. Avvicinarsi per capire
La scuola è in Italia uno dei temi che hanno una maggior capacità di esasperare il dibattito pubblico. Di scuola parliamo tutti perché riguarda tutti e perché il sistema di istruzione e formazione dice tanto dell’identità di un Paese e della sua visione del presente e del futuro.
Nei giorni scorsi il governo ha annunciato il decreto legge con cui intende fissare il limite del 30 per cento di alunni stranieri per ogni classe e, successivamente, lo ha ridimensionato con l’aggiunta di molte deroghe che ridurranno drasticamente il numero di studenti coinvolti.
La questione è tanto decisiva quanto banalizzata nella polemica, nel tentativo – a destra come a sinistra – di posizionarsi e di parlare al proprio elettorato. Ma se la guardiamo dalla nostra Regione e dall’inverno demografico nel quale si trova non da oggi è ancora più evidente che dividersi strumentalmente su questi temi è un atteggiamento autolesionista: per questo sarebbe un sogno ascoltare dai nostri politici una presa di posizione condivisa, quella di tenere questi temi così decisivi – la scuola, l’educazione, i migranti – fuori dalla campagna elettorale, in modo da farne terreni comuni per costruire una società all’altezza delle sfide del presente e non palcoscenici per raccogliere consenso.
La semplificazione e la banalizzazione di queste questioni complesse provano a definire la realtà in forma binaria: buoni e cattivi, amici e nemici. Ma la semplificazione non aiuta a risolvere i problemi, piuttosto li rende più intricati ed è terreno fertile per la seminagione di veleni che inquinano la società.
Parlare di minori “stranieri”, lo si è detto in queste settimane, è molto fuorviante, soprattutto alla luce di una legge sulla cittadinanza anacronistica. Ma anche parlare della concentrazione del disagio in alcune classi o scuole – che pure è un tema reale anche a Genova, pensiamo agli istituti di alcuni quartieri, da Begato al Campasso, da Sestri Ponente al Cep – costringe a ragionamenti complessi che non possiamo ridurre alla fretta della decretazione di urgenza o a slogan cliché pronunciati in modo automatico.
La “segregazione scolastica” esiste, ma non è tanto quella dei bambini con origini differenti, quanto quella di ragazzi che vivono sullo stesso territorio e che provengono da famiglie con scarsi strumenti economici e culturali: bambini italiani, figli di italiani, che soffrono la povertà educativa, che non padroneggiano l’italiano, che non acquisiscono competenze se non quelle fornite dalla scuola.
Ma per parlare di tutto questo bisognerebbe conoscere, comprendere, studiare. Ed avvicinare la vita delle scuole e dei quartieri. Possibilmente dal vero, non solo dallo schermo di uno smartphone.