Al cinema: Frankenstein
Regia e sceneggiatura di Guillermo del Toro. Interpreti principali: Oscar Isaac, Jacob Elordi, Christoph Waltz, Mia Goth. Durata: 150 minuti.
Siamo nell’Ottocento, nell’Artico e mentre i marinai cercano di liberare la loro nave dai ghiacci, viene trovato un uomo gravemente ferito: si tratta dello scienziato e medico Victor Frankenstein, inseguito da una creatura mostruosa e dalla forza sovrumana. Una volta accolto e curato sulla nave, il dottor Frankenstein inizia a raccontare la propria storia al capitano.
L’opera “Frankenstein o il Moderno Prometeo”, scritta da Mary Shelley e pubblicata nel 1818, ha suscitato interesse fin dagli albori della Settima Arte: se ne fece una prima trasposizione all’epoca del cinema muto, con il regista J. Searle Dawley nel 1910. Ne seguirono altre due, ma per molti spettatori “Frankenstein” è il film di James Whale del 1931 (col sonoro) interpretato da Boris Karlof. Da allora ne sono state fatte versioni più o meno dignitose, tra cui spiccano “Frankenstein di Mary Shelley” (1994) di Kenneth Branagh e il divertente “Frankenstein Junior” (1974) di Mel Brooks. Dunque, con intenti e risultati diversi dal punto di vista morale e cinematografico, il romanzo di Mary Shelley non poteva non interessare un regista come Guillermo del Toro (messicano, classe 1964) da sempre portato ad un cinema fantastico/gotico (sua “La forma dell’acqua”, così come la sceneggiatura di due episodi de “Il Signore degli anelli” di P. Jackson).
Il film di del Toro è diviso in tre parti: il prologo, la versione di Victor e la versione del Mostro.
Con una fotografia dai toni cupi e lividi e una scenografia davvero molto efficace, il film pecca però per l’eccessiva durata dovuta ad una sceneggiatura ridondante e per l’eccessivo soffermarsi su immagini raccapriccianti; ma ha dalla sua parte l’intento morale di far riflettere su un tema sempre più attuale e cioè il pensiero che l’uomo possa mettersi al posto di Dio su ciò che è la vita e soprattutto sul fatto di credere di poter sconfiggere la morte.
Inoltre, come nel libro di Mary Shelley, si insiste anche sul bisogno di dare un senso e dignità all’uomo attraverso l’amore e la compassione (concetto espresso soprattutto dalla figura femminile). Guillermo del Toro opera qualche differenza dal libro di Shelley, ma certamente immagini molto cruente e a tratti angoscianti non lo rendono adatto al pubblico dei più piccoli, pur mantenendo importanti momenti di dolcezza e una riflessione morale sui concetti di bene e male, sul valore della scienza a sostegno dell’uomo, anziché l’uomo come mero oggetto per la scienza.

