Il Libro e i libri. Tutto parla di Dio, tutto parla degli uomini

A COLLOQUIO CON ALESSANDRO RIVALI, SCRITTORE E PRESIDENTE DI EDIZIONI ARES

Alessandro Rivali, lo scorso 24 giugno, in Vaticano, Papa Leone ha incontrato alcuni scrittori e scrittrici da tutto il mondo, in occasione dei 100 anni dalla fondazione della Libreria Editrice Vaticana. Il papa ha aperto il suo discorso sottolineando “l’importanza del libro e dello scrivere”. Qualche giorno dopo, ha confidato di voler dedicare il periodo di riposo estivo a Castel Gandolfo anche alla lettura. Com’è cambiato, nel tempo, il rapporto tra Chiesa cattolica e letteratura?
Direi che diversi Pontefici del secondo Novecento hanno cercato di riallacciare un rapporto sempre più fecondo con gli artisti. Penso in particolare a Giovanni Paolo II, il papa poeta, che per la Pasqua del 1999 scrisse una meravigliosa Lettera agli artisti con un l’incipit folgorante: “Nessuno meglio di voi artisti, geniali costruttori di bellezza, può intuire qualcosa del pathos con cui Dio, all’alba della creazione, guardò all’opera delle sue mani…”. Del resto, la vita stessa del giovane Karol Wojtyla testimonia la sua fiducia nella forza della letteratura. Negli anni dell’occupazione nazista della Polonia, Wojtyla attuava la sua personalissima resistenza recitando opere teatrali in clandestinità con un piccolo gruppo di amici. Quel “teatro rapsodico”, che si svolgeva in abitazioni private, era una forma di salvaguardia della memoria e di custodia della propria identità.
Nel suo discorso, papa Leone ha osservato che scrivere è “un atto di verità, di svelamento” e che “la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere” (Magnifica humanitas 25).” Non sembra essere un riferimento esclusivo ad autori cristiani e cattolici, ma in generale alla funzione della letteratura. Dobbiamo ripensare il rapporto tra verità e libertà creativa? C’è il rischio di esporsi alle critiche di chi ritiene che la verità possa essere minacciata?
La grande letteratura ha sempre sete di verità e la verità non deve mai spaventare. La letteratura è un grande zoom per comprendere il cuore dell’uomo. Ci sono un paio di pensieri di autori che considero fari sia nel mio lavoro di scrittore, sia in quello di editore.
Il primo è del poeta esule Josif Brodskij in occasione del suo Discorso di accettazione del Nobel nel 1987: “Chi scrive una poesia la scrive soprattutto perché la composizione poetica è uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione del mondo.” Il secondo è di uno scrittore grande e tormentato come Raymond Carver, considerato il Čechov d’America, che scrisse: “Penso che la letteratura ci possa rendere consapevoli di certi nostri difetti… che ci possa far capire cosa ci vuole per essere davvero umani, per essere qualcosa di più grande di quello che in effetti siamo, qualcosa di meglio. Penso che la letteratura possa farci capire che non stiamo vivendo la nostra vita nella maniera più piena”.

L’intervista integrale su Il Cittadino n. 28