Vignarca: “Il riarmo non è inevitabile. La pace ha bisogno di istituzioni, non di altre armi”

IL COORDINATORE DELLE CAMPAGNE DELLA RETE ITALIANA PACE E DISARMO A GENOVA IL 16 OTTOBRE PER UN INCONTRO PROMOSSO DA S. MARCELLINO

“Se vuoi la pace, prepara la guerra”. Sembra essere questa massima, ampiamente smentita dalla storia, a dominare la retorica delle politiche europee di difesa. Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo e rappresentante italiano di ICAN, la campagna per l’abolizione delle armi nucleari, Nobel per la Pace 2017, sarà a Genova venerdì 16 ottobre, alle 17 a Palazzo Ducale, per l’incontro “Dalla deterrenza nucleare al disarmo: il percorso verso un mondo libero dalla guerra”, promosso dal Centro Culturale di San Marcellino, SMacc arte-cultura-creatività, in collaborazione con Palazzo Ducale – Fondazione per la Cultura, l’Organizzazione “Colorier l’Avenir” di Ginevra, la Rete Italiana Pace e Disarmo e la stessa ICAN.

Vignarca, assistiamo a una corsa agli armamenti propagandata come necessità esistenziale; chi dissente viene liquidato come ingenuo. Quali sono gli argomenti di chi propone il disarmo?
Chi spinge per il riarmo lo presenta come inevitabile per non doverne dimostrare l’efficacia. Le spese militari mondiali sono raddoppiate dall’inizio del secolo, eppure aumentano guerre e vittime civili. I conflitti si allargano e si internazionalizzano, la teoria della deterrenza mostra i suoi limiti. Come cristiani possiamo partire dalla scelta evangelica della nonviolenza, ma anche sul piano razionale preparare la pace con la forza non funziona. Servono alternative più efficaci.

L’articolo 52 della Costituzione definisce la difesa della patria un “sacro dovere del cittadino”, ma non dice che quella difesa debba essere necessariamente armata. La Corte costituzionale ha riconosciuto anche la difesa non armata e nonviolenta come difesa della patria. Dobbiamo ripensare la sicurezza: oltre agli stati e ai confini, la vita delle persone e delle comunità. Gli interessi nazionali spesso coincidono con quelli di alcune élite economiche. Se migliaia muoiono per l’inquinamento in pianura padana o per il caldo, anche quelle vite vanno difese. Eppure spendiamo miliardi per possibili attacchi militari e troppo poco per prevenire minacce che già uccidono.

La tacceranno di benaltrismo.
Non propongo di ignorare le guerre. Cambiando il concetto di sicurezza cambiano anche gli strumenti per affrontarle: proteggere le persone, trasformare i conflitti, anziché alimentare il riarmo. Le Nazioni Unite e la diplomazia vanno rafforzate, ma servono strumenti nuovi. Riprendendo papa Leone: “Se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace”. Abbiamo promosso una proposta di legge per una “Difesa civile, non armata e nonviolenta”: corpi civili di pace, interposizione e trasformazione dei conflitti. Chi vuole difendere il paese con le armi può arruolarsi; chi vuole farlo senza armi deve poter scegliere un’altra strada. L’obiezione di coscienza alla guerra è un diritto riconosciuto. Il primo passo per eliminare la guerra è non partecipare al suo sistema: rifiutare di impugnare o produrre armi, promuovere la riconversione industriale, mobilitarsi nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Queste scelte devono diventare azione collettiva. Anche nel mondo cattolico spesso abbiamo pensato che bastasse la conversione personale per cambiare il mondo. Non è così: servono proposte politiche capaci di trasformare la realtà.

L’intervista integrale su Il Cittadino n. 35