Comunità diocesana
EDITORIALE – Enzo Bianchi: la voce che restituì alla Chiesa il lessico della Parola
C’è chi racconta Enzo Bianchi come intellettuale, come scrittore, come figura di rilievo culturale nel panorama religioso italiano ed europeo. Sono letture legittime e non mancheranno voci autorevoli per svolgerle con la competenza che meritano. Ma chi ha vissuto il rapporto con Bianchi dal punto di osservazione più umile e più semplice – quello di una parrocchia qualunque, di un gruppo giovanile, di una comunità che si organizzava per andare ad ascoltarlo – sa che la sua eredità più grande non sta soltanto lì. Sta anche altrove: nel modo in cui, concretamente, per decenni, il popolo di Dio ha imparato da lui a riconoscere la ricchezza della propria fede e a trovare un modo nuovo di dire Dio.
Chi ha una certa età ricorda ancora quei viaggi: la partenza all’alba da una parrocchia genovese, la nebbia che si diradava lentamente mentre il pullman saliva verso la Serra di Ivrea, l’arrivo a Bose con il freddo pungente e l’attesa silenziosa prima dell’incontro.
Erano viaggi che si ripetevano, praticamente identici, in tante diocesi italiane. Ecco il punto che rischia di sfuggire a chi guarda a Bianchi soltanto come a un fenomeno intellettuale: il suo non fu, anzitutto, un magistero rivolto agli specialisti o a un pubblico colto. Fu una semina, nata dal suo silenzio e dal suo essere consacrato a Dio, restituita al popolo di Dio, al pellegrino, a colui che ascolta. La vera ermeneutica teologica di Bianchi era quella dell’incarnazione: sapeva seminare nel cuore dell’ascoltatore attraverso quella voce grave e raccolta, che entrava nella profondità della realtà e la meditava. Il fedele lo riconobbe come una sorgente di sapienza, con quella capacità di discernere l’autentico che il popolo di Dio possiede quando lo incontra, senza bisogno di argomentazioni teologiche per riconoscere ciò che è vero. C’è una differenza decisiva tra chi trasmette conoscenza e chi fa emergere una ricchezza già presente. Bianchi apparteneva alla seconda categoria.
Chi tornava da un incontro con lui, chi aveva partecipato a un ritiro, chi aveva semplicemente ascoltato un suo commento alla Parola in una chiesa parrocchiale gremita, non si sentiva depositario di nozioni nuove da custodire come un bagaglio. Si sentiva, piuttosto, restituito a se stesso: capace, finalmente, di leggere la propria vita, il proprio lavoro, la propria fatica quotidiana alla luce di una Scrittura che, fino ad allora, era sembrata un libro chiuso, riservato a chi aveva studiato. È questo che rende Bianchi una figura profetica più che un intellettuale: il profeta non aggiunge sapere agli uomini, ma li scuote perché riconoscano ciò che già portano dentro. Ogni gruppo parrocchiale che lo ha incontrato (catechisti, animatori, famiglie, giovani) ha fatto esperienza di questo movimento: non ha imparato qualcosa in più, ma ha scoperto qualcosa che già gli apparteneva, e che non sapeva di poter accostare con tanta libertà alla Parola di Dio.
È qui che si misura la vera portata della sua eredità: i libri, numerosi e diffusi, ne furono lo strumento; il vero frutto della sua opera va cercato nel tessuto ecclesiale che quei libri, quegli incontri, quei pellegrinaggi verso Bose hanno silenziosamente trasformato. Migliaia di gruppi biblici parrocchiali sono nati o si sono rinvigoriti sull’onda del metodo appreso a Bose. Migliaia di giovani hanno imparato a non temere il testo biblico, a non ridurlo a citazione ornamentale, ma a lasciarlo interrogare la vita concreta delle persone che avevano davanti. Migliaia di famiglie hanno scoperto la lectio divina non come pratica per iniziati, ma come gesto semplice, alla portata di chiunque avesse la pazienza di fermarsi e ascoltare.
In un recente incontro a Benevento (31 agosto – 1 Settembre) la Conferenza Episcopale Italiana ha messo al centro il tema delle “Aree Interne” nell’ambito di un percorso, avviato nel 2021, che ha l’obiettivo – scrive la CEI – di “condividere buone prassi e individuare nuove prospettive per quelle comunità chiamate a confrontarsi con trasformazioni pastorali, sociali e demografiche” nei territori lontani dai centri urbani. L’incontro ha dato l’opportunità a diversi vescovi, con ampie aree interne nella propria diocesi,
L’abilità di un grande appassionato della Bibbia si misura da una sola cosa: la capacità di farsi capire, di rendere semplici le parole eterne senza tradirne la profondità. Ne conservo un ricordo personale, dai tempi della Facoltà teologica: avemmo la fortuna di incontrare maestri della Sacra Scrittura nei quali la sapienza esegetica più rigorosa si accompagnava a una parola limpida, capace di raggiungere anche chi non aveva alcuna competenza tecnica. Era la stessa sapienza che ho poi ritrovato in Bianchi, sia pure con sfumature e approccio diversi.
Anche lui parlava della Bibbia senza trasformarla in un codice per iniziati; della tradizione senza farne un museo da custodire con timore reverenziale; della Chiesa senza sottrarsi alle sue contraddizioni, ma senza mai smettere di amarla; della spiritualità senza separarla mai dalla responsabilità concreta verso il mondo. È questa capacità di tenere insieme realtà che, nella prassi pastorale ordinaria, restano troppo spesso separate – la Scrittura e la vita, la tradizione e il presente, la fede e la responsabilità civile – a spiegare perché la sua voce abbia potuto raggiungere persone così diverse tra loro: non un pubblico di specialisti, ma il popolo di Dio nella sua interezza, nelle sue parrocchie, nei suoi gruppi, nelle sue famiglie. Proprio per questo, chi oggi scrive di Bianchi limitandosi a collocarlo tra i grandi intellettuali religiosi del Novecento italiano, pur cogliendo un dato vero, rischia di lasciare in ombra ciò che più conta: la sua eredità non è affidata principalmente agli storici della cultura religiosa, ma è già viva, oggi, in tante comunità parrocchiali che continuano a leggere la Bibbia insieme perché qualcuno, decenni fa, tornò da Bose e portò con sé quel metodo, quella libertà, quella fiducia nella capacità di ogni battezzato di lasciarsi interrogare direttamente dalla Parola.
È questa la trasformazione più profonda e meno appariscente che Enzo Bianchi ha operato: non ha semplicemente scritto sulla Chiesa, l’ha resa, in tanti angoli feriali del suo tessuto quotidiano, un poco più capace di ascoltare Dio insieme. Riposi in pace un uomo che seppe restituire al popolo di Dio la fiducia di poter accostare, senza paura, la Parola che lo aveva generato.