Il Vangelo della Domenica
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Vendi quello che hai e seguimi

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (domenica 14 ottobre)

In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. […] ». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!» [..] Gesù, […], disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile […] , entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; [..] «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». […] Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c'è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà». 

La Sapienza è prerogativa di Dio, il quale può parteciparla all’uomo, rendendolo capace di comprendere rettamente e realizzare felicemente il suo ruolo nell’universo. Essa è dunque più preziosa della salute, della bellezza e di ogni altro bene. E poiché è dono e non diritto, l’uomo deve saper chiederla a Dio. Un dono di luce da amare, custodire, difendere da ogni oscuramento. Con fedeltà e costanza. Poiché la Sapienza è espressa nella parola di Dio, è aderendo a questa che l’uomo accoglie il sublime dono e con essa sintonizza la propria esistenza, consapevole che sarà ancora essa il criterio del bilancio consuntivo, del giudizio divino. Gesù è la Sapienza e la Parola incarnata di Dio: quindi l’uomo accoglie il dono della sapienza nel seguire lui, disposto a rinunciare a qualsiasi altra sapienza o ricchezza terrena. 

Mentre Gesù sta rimettendosi in cammino “un tale [Matteo –19, 20 – lo dice “giovane”] gli corre incontro”, con entusiasmo o forse timoroso di non fare in tempo a parlargli, e con profondo rispetto gli si inginocchia davanti. “Maestro buono” – esordisce, indubbiamente attratto dalla personalità e dagli atteggiamenti di Gesù, specialmente verso i più deboli e i fanciulli. E gli pone una domanda vitale: “che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Gesù accetta il titolo di “Maestro”, dato correntemente ai dottori di Israele, ma per la qualifica di “buono” fa obiezione: “Perché mi chiami buono? Nessuno buono se non Dio solo?”. Di primo acchito sembrerebbe che Gesù rifiuti l’aggettivo, in realtà “Gesù non intende negare ogni bontà in sé o negli altri uomini, ma vuol insegnare al suo ascoltatore a portare il suo sguardo più oltre della bontà creata, a fissarlo direttamente su Dio, bontà assoluta, per offrirgli il suo omaggio e unirsi a lui. L'insegnamento che segue avrà efficacia solo se l'anima ha posto il suo ideale oltre l'orizzonte limitato delle perfezioni umane. Non vi è santità senza un concetto grande di Dio” (Y. Huby). E’ pure possibile intravedere nella sua espressione una domanda retorica, equivalente ad una dichiarazione implicita della sua divinità; il pensiero potrebbe essere: se solo Dio è buono tu mi chiami buono con ragione, perché io sono Dio. Una domanda misteriosamente rivelatrice dell’identità di Gesù.  Quindi risponde al quesito riguardante “la vita eterna”, intendendo non solo la destinazione ultima, ma il comportamento che ne rende possibile il conseguimento. Infatti cita i Comandamenti; non tutti, ma soltanto quelli riguardanti i doveri verso il prossimo, poiché il loro adempimento è più facilmente verificabili e perché – come Gesù ha già insegnato – l’amore verso il prossimo testimonia l’amore verso Dio.  Dunque per “avere la vita eterna” occorre seguire la via tracciata dal Decalogo. Evidentemente l’interpellante non si accontenta dal “minimo”, se con semplicità dichiara di “aver osservato tutte queste cose sin dalla giovinezza”. Sembra aver maggior disponibilità di impegno spirituale e morale, desiderio di perfezione: infatti nella redazione di Matteo Gesù dice al giovane “se vuoi essere perfetto…” (Mt 19,21).  Il distacco dai beni terreni è libertà del cuore, dilata in Dio. Vendere i propri beni e distribuirne il ricavato ai poveri è dare a Dio, è “entrare nella vita eterna” con Dio. “Seguire” Gesù non significa semplicemente andare fisicamente dove egli va, ma modellare la vita su di lui, ricalcandone personalità e virtù. Gesù dall’incidente coglie occasione per un monito più generale – “girando lo sguardo attorno” –a tutti i suoi discepoli, a coloro che accolgono il suo invito: “quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!”. La ricchezza dunque, non è vista come realtà riprovevole – anzi nell’Antico Testamento era ritenuta prova della benevolenza divina e premio per la santità di vita (cfr per es. il libro di Giobbe) – ma se non è bene considerata ed utilizzata può costituire ostacolo alla partecipazione al “regno di Dio”, perché può costituire illusione di autosufficienza nei confronti con Dio, presunzione di non aver bisogno di lui e può diventare causa di disprezzo o almeno di indifferenza verso gli altri o addirittura di ingiustizia.

L’esclamativo di Gesù scuote profondamente i discepoli, ma egli, con affettuosamente accorato – “figlioli miei” – ribadisce: “com’è difficile entrare nel regno di Dio! E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. L'immagine del cammello e della cruna, in cui sono contrapposte le dimensioni è di un estremismo intenzionale, che non si limita ad aumentare la radicalità della richiesta di rinunciare alle ricchezze per poter entrare nel regno di Dio, ma estende il discorso ad ogni persona che sia attaccata morbosamente alla ricchezza, indipendentemente da quella già posseduta. Pietro, allora si sente rinfrancato e, con la sua tipica spontaneità, interviene a nome degli amici: “Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. E’ l’umile consapevolezza della propria fiduciosa decisione di seguire Gesù, il quale non fa mancare la propria conferma: chi rinuncia ai beni terreni – “casa e campi” – e anche ai vincoli più legittimi della consanguineità – “fratelli o sorelle o madre o padre o figli” per dedicarsi a Dio e al Vangelo, merita in centuplo già nella vita terrena: non materialmente, ma spiritualmente. Coloro che si dedicano alla causa del Vangelo sono destinati ad ampliare la ricchezza interiore propria ed altrui, dilatando la loro famiglia spirituale. Ma ciò – Gesù non intende illudere mai i suoi seguaci su tale aspetto – provoca “persecuzioni”, la cui sopportazione costituisce ulteriore titolo di merito e quindi accesso “alla vita eterna”.

Fonte: Il Cittadino
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