La parola
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III domenica del Tempo Ordinario - C, Lc 1,1-4; 4,14-21

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In questa domenica, il vangelo proposto al nostro ascolto ci riporta ancora ad un evento di rivelazione, con il primo segno, narrato da Giovanni, nella cornice delle nozze di Cana. Una pagina suggestiva, che tuttavia, non poche volte, è impoverita secondo una lettura moraleggiante e devozionale: in realtà siamo di fronte ad un racconto dalla forte densità teologica, teso a mostrare in Gesù il messia, sposo dell'Israele fedele, che inizia a realizzare una nuova alleanza con i credenti in lui.

In questa domenica, il vangelo proposto al nostro ascolto ci riporta ancora ad un evento di rivelazione, con il primo segno, narrato da Giovanni, nella cornice delle nozze di Cana. Una pagina suggestiva, che tuttavia, non poche volte, è impoverita secondo una lettura moraleggiante e devozionale: in realtà siamo di fronte ad un racconto dalla forte densità teologica, teso a mostrare in Gesù il messia, sposo dell'Israele fedele, che inizia a realizzare una nuova alleanza con i credenti in lui. Certo, nella narrazione di Giovanni, occupa un ruolo importante anche la madre di Gesù, mai chiamata per nome nel quarto vangelo, ma sempre evocata nel suo legame unico con il Figlio, e nella missione che svolge nel disegno di Dio, e tuttavia l'attenzione dell'evangelista si concentra su Cristo e sul mistero che si svela nei gesti e nelle parole. L'avvenimento di Cana si colloca al culmine della prima settimana di ministero pubblico di Gesù, e racchiude un rimando al mistero della Pasqua, sia con il riferimento al terzo giorno (Gv 2,1), sia con il richiamo dell'ora (Gv 2,4): come noto, Giovanni sceglie intenzionalmente di narrare solo sei miracoli/segni compiuti da Gesù, tutti orientati verso il segno definitivo che sarà dato nell'innalzamento del crocifisso e nella glorificazione del Risorto. La chiave di volta per leggere il segno di Cana è offerta al termine del racconto: 'Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui'. Con questa solenne dichiarazione, Giovanni ci mostra la strada che Cristo percorre per rivelarsi, strada sempre aperta e che sempre si rinnova nell'esperienza dei credenti: in questa luce il segno di Cana rappresenta un arché, non solo un inizio in senso temporale, ma un principio che, come avvenimento e come contenuto, racchiude il cuore stesso della rivelazione donata a noi in Cristo. In effetti, qui possiamo vedere come accade l'esperienza cristiana originaria, nell'intreccio tra compimento dei segni, manifestazione della gloria e adesione credente dei discepoli: l'iniziativa, pur discretamente sollecitata dalla madre, è di Gesù, che guida le azioni dei servi, e che rende possibile la trasformazione dell'acqua in vino; nel segno, inoltre, non c'è solo un prodigio, ma c'è la manifestazione della gloria, cioè dello splendore e della potenza di Dio operanti in Gesù, e c'è l'allusione al grande mistero che con Cristo entra nella storia degli uomini; a questa rivelazione, corrisponde la fede, evocata come un movimento che coinvolge le persone dei primi discepoli. Fin dai primi passi del ministero pubblico di Gesù, appare chiaro il legame inscindibile tra segni - gloria - fede, che chiede d'andare oltre l'economia della prima alleanza, nella quale il rapporto del credente con Dio era un rapporto sempre mediato dalla parola, e che si realizzava nell'ascolto, e non nella visione, preclusa ad Israele. Ora c'è qualcosa di nuovo, c'è l'irruzione della gloria di Dio nella carne di Gesù, c'è l'accadere di segni che interpellano il cuore e la libertà dell'uomo, e vogliono suscitare il movimento della fede: se è vero che i segni non sono tutto, e in quanto tali, provocano ad andare oltre, è altrettanto vero che è proprio attraverso dei segni che noi possiamo riconoscere la gloria di Dio, presente in Cristo. Ciò che è accaduto a Cana è veramente la forma normativa del cammino credente, come cammino dello sguardo che, nel segno, vede la traccia dell'Eterno: occorre ritornare a questo principio, contro tutte le riduzioni sentimentali della fede cristiana; occorre imparare a sorprendere i segni che Cristo continua ad offrirci: eventi, incontri, testimoni nei quali traspare una Presenza, dai quali s'irradia la gloria del Figlio unigenito fatto carne. Solo così può crescere ed approfondirsi la fede come adesione alla persona di Gesù, una fede che è descritta da Giovanni in modo dinamico: nel suo vangelo non appare mai il termine 'fede' (pistis), ma sempre il verbo corrispondente (pisteuein), perché si è credenti in cammino, in un movimento progressivo e mai concluso che conduce a Cristo, che fa' entrare nel suo mistero, come i primi discepoli che hanno creduto in Gesù fin dal primo segno, hanno imparato sempre di più a credere, a fidarsi, provocati da nuovi segni e da nuove parole del maestro.Corrado Sanguineti

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