La parola
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II lettura di domenica 27 settembre - Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù

XXVI domenica tempo ordinario (Anno A)

Fratelli, se c'è qualche consolazione in Cristo, se c'è qualche conforto, frutto della carità, se c'è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi.
Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l'interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.
Dall'aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

Dopo aver ricordato ai Filippesi la loro “gioia della fede” ed averli esortati a “comportarsi come cittadini degni del vangelo”, li invita ora a “rendere piena la sua gioia” con la loro concordia, non soltanto esteriore, ma radicata nei cuori – “con l’unione degli spiriti” – animata dalla identità di sentimenti, scaturenti della carità reciproca: ciò sarà di consolazione – particolarmente all’Apostolo in carcere – perché derivante dalla fede “in Cristo”.
Paolo dettaglia alcuni moventi da evitare: “rivalità, vanagloria” che inducono alla ricerca esclusiva del tornaconto, “dell’interesse personale”. Corrispondentemente, sollecita la virtù fondamentale, indispensabile alla concordia: l’umiltà.
Paolo, affascinato da Cristo, esprime liricamente la sintesi teologica della vicenda terrena del Salvatore: dall’umiltà dell’incarnazione alla gloria della risurrezione e ascensione al cielo. Un inno che la Chiesa ha inserito nella Liturgia delle Ore.
Modello sublime di umiltà, cui il cristiano deve riferirsi, è “Cristo, il quale, pur essendo di natura divina”, ha voluto “spogliarsene”, rinunciando quindi ad ogni alla glorificazione terrena; “umiliò se stesso”, assumendo la natura umana, completamente sino alla morte, anzi alla morte ignominiosa riservata ai delinquenti, “la morte di croce”.
Tutto è avvenuto in conseguenza dell’obbedienza volontaria di Cristo al Padre, per amore dell’umanità da salvare. Per questo Dio l’ha glorificato – “esaltato” – con la risurrezione e l’ascensione al cielo, restituendogli il fulgore della divinità - “il nome”, nel linguaggio biblico,indica la persona e la sua dignità – e la sovranità sull’universo, quindi l’adorazione – “ogni ginocchio si pieghi” – di ogni creatura, sia vivente che dell’oltretomba, nella “proclamazione” da parte di “ogni lingua” che Gesù Cristo è Dio – “il Signore” – glorificando, così, anche Dio Padre.

Fonte: Il Cittadino
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