La parola
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II lettura di domenica 10 aprile - Domenica delle Palme

La passione - Anno C

Dalla lettera di san Paolo apostolo
ai Filippési (Fil 2,6-11)

Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

Paolo riproduce un inno poetico in cui la primitiva comunità cristiana esalta l’incarnazione, la passione e la glorificazione di Cristo.
È stato detto che quest'inno é “la formula più precisa e più completa della cristologia paolina” (P. Prat). Ed é pure da questa pericope che prende le mosse la cosiddetta “teologia kenotica” (H.U. von Balthasar).
Al momento dell’incarnazione Cristo rinuncia alle prerogative di gloria esteriore, che gli spetterebbero come Dio: nasconde la sua natura divina sotto l'aspetto, “la condizione di servo”, condizione caratteristica dell' uomo.
Quasi speculare il richiamo al “Servo di Jahvè” dei carmi di Isaia.
Il Verbo umilia volontariamente se stesso, con una spogliazione, una specie di svuotamento (la “kenosis”) in cui si rivela tutta la dedizione amorosa, in favore dell'umanità, da riassumere in se stesso, onde poterla redimere.
Cristo nullifica se stesso – “esinanisce” dice la versione latina – nella obbedienza totalizzante alla volontà del Padre, all’esigenza di giustizia, all’esigenza di redenzione dell'umanità: nella morte la rinuncia ad ogni elemento esteriore di gloria diventa totale. Nella morte per crocifissione – morte umanamente infamante – Cristo, esteriormente, non ha più nul¬la del Dio, ma proprio in quell'annientamento visibile realizza la interiore redenzione dell'umanità, di valore infinito, divino.
La “morte di croce”, segno di ignominia, diventa segno e tra-mite di salvezza.
Il Verbo ha accettato la missione di sofferenza. Il Padre lo esalta anche nella sua umanità, conferendogli, ricono¬scendogli dignità e potere (“il nome”) assolutamente superiori a qualsiasi altro: la dignità di “Signore”, ossia la dignità divina, cui compete signoria universale, riconoscimento adorante da parte di tutto l'universo. “Signore”, sinonimo di Jahvè: Gesù Cristo é Dio, il quale – incarnandosi e soffrendo – ha rinunciato alla gloria esteriore, all'apoteosi terrena, ma proprio in tale umiliazione ha messo in piú splendida evidenza la sua vera ed intangibile gloria; in maniera tale che ogni elemento dell'universo non potrà far a meno di riconoscerla. Cristo: gloria di Dio e gloria dell' uomo, per merito della sua Passione.

Fonte: Il Cittadino
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