La parola
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II lettura di domenica 26 giugno - XIII domenica del Tempo Ordinario

Anno C - Le condizioni

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati
Gal 5,1.13-18

Fratelli, Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.
Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri. Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!
Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge.

Cristo ha affrancato lo spirito dell'uomo da tutto ciò che è soltanto terrestre, lo ha liberato interiormente: dalla legge veterotestamentaria, che preparava alla salvezza, ma non aveva in sé efficacia salvifica ed anzi il pericolo che venisse osservata come fine a se stessa, formalisticamente.
Paolo sta polemizzando con i giudaizzanti, i quali pretendono che il cristiano debba sobbarcarsi ancora all'antica precettistica mosaica, negando quindi piena efficacia alla redenzione di Cristo. Cristo libera dalla schiavitù del peccato, annullandolo veramente, mentre la legge veterotestamentaria indica soltanto il peccato da evitare, ma non ha possibilità di aver perdono per il peccato già commesso.
Cristo dunque, a questo livello interiore – che condiziona anche la vita esteriore – è veramente liberatore, anzi l’unico liberatore, l’unico redentore.
Dimenticare la salvezza attuata da Cristo e non fruirne significa impe¬golarsi ancora nella schiavitù morale.
Cristo ha liberato l'uomo, affinché potesse conquistare la libertà, non una libertà effimera, ma definitiva. Non può escludersi che Paolo faccia riferimento al diritto palestinese concernente gli schiavi, che prevedeva sia il riscatto definitivo sia il riscatto in vista di una nuova sistemazione. La liberazione di Cristo è vera e completa, non soltanto perché definitiva, ma pure perchè riguarda l'intimo dell'uomo.
La libertà tuttavia non può essere intesa superficialmente, come capacità di autodeterminarsi in una qualsiasi maniera sia verso il bene che verso il male, ma come facoltà di scegliere responsabilmente e dignitosamente tutto ciò che è veramente buono, anzi migliore, anzi ottimo. Usare la libertà per vivere secondo una capricciosità terrena – “secondo la carne” – equivale a deprezzarla, a svilirla. Così come arroccarsi nell'egoismo equivale a restar schiavi di se stessi. E' la libertà portata da Cristo che rende possibile l'amore: senza libertà l'amore non è possibile, in misura e dimensione autentiche. Ed il dovere morale è la misura elementare dell'a-more liberamente espresso.
Ed è la libertà dai vincoli egoistici e dagli interessi terreni – “carnali” – che rende possibile e vero il “servizio degli uni verso gli altri".
Si comprende allora come la legge si enuclei nell'amore verso gli altri, il quale non sopporta che ci si “morda” o addirittura ci si “divori” vicendevolmente, pena la reciproca distruzione totale. Tutto ciò rappresenta una proposta, una possibilità offerta, per la cui realizzazione, tuttavia, è indispensabile lasciarsi guidare dallo Spirito di Dio, ossia dalla sua luce e dalla sua forza. Il discepolo di Cristo si trova pertanto a dover continuamente combattere contro istanze deplorevoli, derivanti dalla concupiscenza, per vivere, con il sostegno dello Spirito, la libertà conquistata ed offerta da Cristo, superando una frequente contraddizione: sorprendersi a fare cose cattive che tuttavia non si vorrebbero fare.

Fonte: Il Cittadino
II lettura di domenica 26 giugno - XIII domenica del Tempo Ordinario
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