La parola
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II lettura di domenica 13 febbraio - VI Domenica del Tempo Ordinario

La beatitudine - (Anno C)

Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corìnzi
1 Cor 15,12.16-20

Fratelli, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è resurrezione dei morti?
Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti.
Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini.
Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti.

C risto è risorto. Il fatto è incontestabile. La testimonianza degli Apostoli e dei moltissimi altri – Paolo vi ha fatto appello – è tuttavia verificabile al momento in cui risponde ai quesiti dei Corinti circa la risurrezione dei morti, contestata da alcuni .
Il ragionamento di Paolo è stringente: chi nega la risurrezione dei morti (attualmente non constatabile) deve negare la risurrezione di Cristo (già constatata con certezza). Questa è talmente certa che funge da garanzia per quella. Le due realtà sono talmente connesse che non se ne può negare una senza negare pure l'altra.
Negare la risurrezione dei morti equivale a negare la ri¬surrezione di Cristo. Negare la risurrezione di Cristo equivale a demolire il fondamento stesso della fede cristiana, costituito, appunto dalla risurrezione di Gesù, la quale dà la certezza che la sua morte abbia compiuto la redenzione dal peccato: la redenzione è avvenuta soltanto se Cristo è Dio e che Cristo sia Dio è testificato inequivocabilmente dalla sua risurrezione. Tutta la sua vicenda terrena – parole ed opere – trae luce e convalida dalla sua risurrezione.
Un Cristo semplicemente liberatore terreno sarebbe deludente: “se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini”. La Risurrezione di Cristo è l’esclusiva garanzia e premessa di beatitudine autentica e piena, poiché questa è conseguibile solo attraverso la risurrezione da morte.
Gesù è risorto dai morti, “primizia” in senso cronologico e ontologico: la beatitudine che egli ha conseguito è partecipabile a tutti quanti, a motivo della incorporazione a lui, risorgeranno.
La realtà della beatitudine eterna ha la stessa certezza della risurrezione di Gesù. Essere incorporati a lui,e quindi alla sua risurrezione e viverla, significa anticipare la propria risurrezione da morte e la propria beatitudine.

Fonte: Il Cittadino
II lettura di domenica 13 febbraio - VI Domenica del Tempo Ordinario
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