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Aborto, in Francia diventa diritto inderogabile delle donne

Lo ha stabilito il Parlamento

E’ notizia recente, sventolata dai media come vessillo di trionfo, quella dell’approvazione da parte del Parlamento francese della modifica costituzionale che proclama l’aborto quale diritto inderogabile delle donne. Con molta franchezza, la prima considerazione che viene alla superficie è quanto poco siano appropriati sventolii e proclami con riferimento ad una decisione che, anche senza voler considerare le sorti della vita nascente, incide tanto in profondità nella coscienza e nella intimità di una donna.

Nel concreto la decisione delle Camere francesi riunite a Versailles (luogo evocativo in cui da oltre tre secoli si sanciscono le sorti favorevoli e tragiche della antica Gallia) non cambia nulla nel panorama legislativo e socio-sanitario della Nazione: la legge ordinaria che regola l’aborto rimane in vigore immutata, né apparivano nell’orizzonte politico proposte concrete di modifiche limitative.
Allora è necessario chiedersi sia il perché di tale scelta politica forte, quale è sempre una modifica costituzionale, sia il perché della quasi unanimità dei consensi parlamentari.
La scelta si inserisce in una concezione nominalistica, che farebbe felice il filosofo medievale Roscellino: i concetti non esistono in sé ma sono semplicemente i nomi che noi gli attribuiamo. Dunque, non stiamo a perdere tempo a dissertare su cosa sia l’aborto, sulla natura del feto, sulla tutela della donna ed altri dettagli astratti: proclamiamo l’aborto un diritto, un diritto costituzionale per giunta, e cristallizziamolo come convenzione sociale separata dai concetti universali ed indifferente dalle singole realtà personali.
L’unanimità dei consensi parlamentari, a modesto avviso di chi scrive, è lo specchio non già della forza del (presunto) diritto proclamato, ma della debolezza della nostra democrazia: la votazione “bulgara” esprime la difficoltà della classe politica europea a porre in discussione le ideologie imposte dal pensiero dominante, sostenute dai media ed apparentemente accettate dalla maggioranza degli elettori.

Il confronto parlamentare, anche aspro, è stato alla base della nascita e del vigoroso sviluppo della democrazia occidentale (che è poi la democrazia moderna, tanto presa a modello quanto vituperata in tutti i continenti negli ultimi due secoli); alla dialettica hegeliana si sono riferiti i principali movimenti politici a cavallo fra Otto e Novecento. La stessa nostra costituzione del 1946, che gode di ampio rispetto fra i comparatisti di mezzo mondo, nasce dalla sintesi dello scontro aspro fra le grandi visioni politiche antifasciste: la liberale, la cattolica, la socialdemocratica e la comunista. Né con riguardo ad un argomento così profondo e lacerante come l’aborto può pensarsi che non vi sia confronto intellettuale: non unicamente per la posizione delle persone di Fede, cristiane ma non solo (si pensi ad esempio ai musulmani, presenti in Francia in misura preponderante).
Ma perché sul punto interrogativo sorgono anche fra i pensatori laici, come Pier Paolo Pasolini o Giuliano Amato, attualmente Presidente della Corte Costituzionale, che nel 1992 da Presidente del Consiglio ebbe ad affermare: «La vita è un valore enorme. Se mettiamo in discussione questo, se non limitiamo a casi essenzialissimi le ipotesi in cui un essere umano può mettere in discussione la vita di un altro essere umano, viene meno proprio il fondamento della convivenza… Questo discorso sulla vita l'ho pensato da laico, offendendomi quando mi viene detto: Tu prendi in prestito le idee del Papa».

Ecco perché la decisione del Parlamento francese oggi non ci parla di diritti delle donne, ma ci parla del futuro della democrazia in Europa di fronte alle pressioni dei grandi poteri, più o meno visibili.
E, nel caso particolare, parla alla Francia, un tempo Figlia primogenita della Chiesa a seguito del battesimo del Re Clodoveo: che era un Germano sovrano di una tribù germanica, ma che in virtù della conversione al cristianesimo diede vita ad una nuova nazione, che segnerà la storia del Vecchio Continente.
Questa figlia che, ormai anziana e priva di vigore, ha rinnegato le proprie radici, non ascoltando il monito che le porse San Giovanni Paolo II, dovrà oggi domandarsi quale è la propria identità, quali i propri valori, quali i propri doveri. Perché no, non sono nomi privi di sostanza, sono le basi della nostra società. Diceva il vandeano Charette de La Contrie: “Per loro sembra che la patria non sia che un’idea; per noi è una terra. Loro ce l’hanno nel cervello; noi la sentiamo sotto i nostri piedi, è più solida”. Era il 1793.

Fonte: Il Cittadino
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