La parola
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II lettura di domenica 3 aprile - V di Quaresima

La novità - ANNO C

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési
Fil 3,8-14

Fratelli, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti.
Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.

Tutto ciò che non consegue il possesso (“la conoscenza”) di Cristo non ha titolo di considerazione da parte del battezzato. “Spazzatura” sono secondo Paolo “le cose” cui ha rinunciato “allo scopo di guadagnare Cristo”: cioè quegli elementi che – accennati nelle proposizioni precedenti – gli avevano e gli avrebbero ancora procurato posizione vantaggiosa in seno alla società ebraica.
La sua “giustizia”, la sua rettitudine, la sua santità sarebbe stata soltanto formale, legalistica (“derivante dalla legge”), pri¬mitiva, elementare, antica: la legge mosaica infatti aveva avuto lo scopo di abituare l'uomo alla ricerca della rettitudine, cominciando dalla osservanza esteriore.
Ormai è giunto il tempo della maturità, della realtà nuova e completa, in cui “la giustizia” è frutto di adesione interiore, di docilità spirituale a Cristo, alla sua parola e alla sua opera. Vengono ripresi i concetti della lettera ai Romani e di quella ai Galati: la legge indica soltanto la via da seguire, ma non è efficace, non infonde la forza necessaria, la vitalità indispensabile a salvare l'uomo, elevandolo; mentre la partecipazione alla vita di Cristo (la fede - la Grazia - le opere) realizza l’autentica “giustizia”.
La “conoscenza”, ossia il possesso, l'esperienza di Cristo – vissuta anche attraverso la sofferenza e la morte –innesta nella sua resurrezione.
Paolo, mentre riconosce di non essere un “arrivato” spirituale, testimonia tuttavia il suo anelito, la sua tensione verso “il premio” della risurrezione e della visione beatifica, poiché è stato “conquistato” in maniera travolgente, irresistibile da Cristo.
In questa consapevolezza e in questa tensione sta la perenne novità del cristiano: “dimentico del passato e proteso verso il futuro”.
L'Apostolo ha dimenticato il suo passato di persecutore di Cristo, per “correre verso la méta” del possesso eterno di Cristo, di Dio: possesso eterno al quale tende mediante il possesso mistico, l'esperienza spirituale nella vita terrena. Quanto più intensamente vive questa esperienza nel tempo, tanto più anticipa la realtà eterna: perenne “novità” divina.

Fonte: Il Cittadino
II lettura di domenica 3 aprile - V di Quaresima
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