La parola
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II lettura di domenica 16 maggio - Raggiungere la misura della pienezza di Cristo

Ascensione del Signore (Anno B)

Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell'amore, avendo a cuore di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.
Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti.
A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo è detto: «Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini». Ma cosa significa che ascese, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose.
Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all'uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo.

T utto il brano ha un andamento augurale ed orante: l’Apostolo auspica doni spirituali per i destinatari dello scritto, invocandoli dall’Altissimo. Questi, con espressione liturgica, avente scopo di far risaltare il rapporto di messianicità (e non di realtà ontologica), viene chiamato “il Dio del Signore nostro Gesù Cristo”. E con altra espressione liturgica viene indicato come “Padre della gloria”, perchè in possesso della gloria e quindi sorgente da cui la gloria promana.
Il termine “gloria”, originalmente – secondo l’ebraico “kabod” – ha significato di “pienezza”, quindi di “ricchezza”, di “solidità”.
Dunque Paolo si rivolge a Colui al quale appartiene l’assoluta pienezza e ricchezza. In senso più ampio, quello corrente, ma derivato dal precedente – soprattutto in relazione al greco “doxa” – “gloria” indica “splendore, fulgore” che, necessariamente, viene effuso, donato.
A tal Padre, Paolo chiede venga concesso ai credenti “spirito di sapienza e di rivelazione”, cioè capacità intellettiva sui dati visibili e manifestazione di ciò che è invisibile e misterioso, allo scopo di conoscere più profondamente lui, Dio; una conoscenza non semplicemente intellettuale, ma che attrae la vita, quindi una più profonda intimità con Dio.
Viene chiesta l’illuminazione degli “occhi della mente” (letteralmente del “cuore”, che i semiti considerano sede della conoscenza oltre che dell’affettività), perché possa essere compresa la “speranza” cui sono chiamati i battezzati. “Speranza” non come atteggiamento interiore, ma in senso oggettivo, cioè in riferimento a ciò che è oggetto della speranza: il “tesoro di gloria”, che “racchiude l’eredità fra i santi” (denominazione dei battezzati, santificati dalla Grazia) e la “straordinaria grandezza” della potenza divina, che agisce nei credenti.
Una potenza, la quale ha manifestato “l’efficacia della sua forza” nella risurrezione, nell’ascensione e nell’esaltazione di Cristo, il quale pertanto sta al di sopra di ogni altro essere (“ogni altro nome”) di cui si sa o si possa immaginare 1’esistenza: in tale senso vanno comprese le parole “principato, autorità, potenza e dominazione”, che, in un certo ambiente dell’epoca, indicano esseri spirituali angelici o supposti esistenti tra la sfera terrena (“secolo presente”) e la sfera ultraterrena, divina, eterna (“quello futuro” ). Cristo è superiore ad ogni essere reale o possibile.
La sovranità universale di Cristo viene descritta – citando il Salmo 8,6 – con l’immagine del re orientale vittorioso, il quale pone il piede sulla nuca dello sconfitto: “tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi”.
Della sovranità di Cristo, della sua ricchezza sono chiamati a partecipare i battezzati: perché egli è il capo, la testa ed essi il corpo, le membra.
Concetto che ritorna altrove negli scritti paolini. L’Apostolo afferma che la Chiesa è “pienezza” di Cristo. Il vocabolo “pienezza” – nel testo greco “pléroma” – può essere inteso in senso attivo (la Chiesa, che completa, porta a pienezza il Cristo, nella sua permanente presenza storica, donando la salvezza da lui attuata) o in senso passivo (la Chiesa, che riceve pienezza, perfezione e quindi efficacia da Cristo). I due significati non si escludono, ma sono reciprocamente integrabili.
Notiamo che gli ultimi due versetti del brano, a motivo della pregnanza del loro significato, sono stati oggetto di indagini esegetiche piuttosto ampie, tra le quali – modestamente – pure una di chi redige queste note.

Fonte: Il Cittadino
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