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50 primavere

Un film di  Blandine Lenoir

50 primavere

Aurore ha cinquant’anni, è separata dal marito, fa la cameriera ma ha appena perso il lavoro e scopre che presto diventerà nonna, dato che una delle sue due figlie è incinta. Tutto sembra spingerla a farsi gentilmente da parte, ma quando, per caso, ritrova il suo amore giovanile, Totoche, Aurore decide di opporre resistenza, rifiutando la “rottamazione” alla quale sembra destinata e provando a ricominciare una nuova vita…

 

Da tempo, ormai, e soprattutto dopo il successo planetario di Quasi amici, il cinema francese propone al pubblico internazionale quel “prodotto medio” in forma di commedia, nel quale, con leggera spigliatezza e briosa colloquialità, si affrontano sottotraccia le tante increspature della vita. Sulla scia, dunque, di In viaggio con Jacqueline, Famiglia all’improvviso, Quello che so di lei, e adottando lo stesso slogan di lancio de La famiglia Bélier e Il medico di campagna (“un film che vi farà stare bene”), anche 50 primavere si muove lungo lo stesso schema, con le inevitabili varianti: tenerezze e asprezze, nostalgie giovanili, sbandamenti esistenziali. E un’età, le 50 primavere del titolo, presa a simbolo di una stagione di bilanci personali non più rinviabili.

 

Sentimenti sempre accesi, quelli del film di Blandine Lenoir, mai domi, anche se vulnerabili e contraddittori, arricchiti da dialoghi pimpanti (le battute sulle vampate di calore o la conversazione della protagonista con il medico, che la inonda di terminologie dottorali stucchevolmente asettiche) e da alcune sfrontatezze che aggiungono eccentricità al plot (la scenata che Mano, l’amica di Aurore, fa per strada ad un uomo che neppure conosce per spirito di rivalsa nei confronti di quei maschi che stanno con donne molto più giovani). L’osservazione complessiva, tutta al femminile, intervalla però i flussi di emozioni talvolta con programmatica meccanicità. Certo, dietro a 50 primavere c’è una dimensione quotidiana fatta di discriminazioni professionali (l’umiliazione del cambio del nome di Aurore voluto dal proprietario del locale) e una burocrazia paludosa (sintetizzata dall’impiegata dell’ufficio di collocamento che non riesce nemmeno a finire le frasi a vuoto che pronuncia una dopo l’altra). Così, seppure sorretto dall’interpretazione encomiabile di Agnès Jaoui, 50 primavere sembra rispondere più a requisiti di partenza “obbligati” che a reali esigenze motivazionali. Anche se il messaggio di fondo (non è il nuovo/vecchio amore che salva Aurore, ma la sua dignità ritrovata) recupera eticamente il senso dell’intero film.

Fonte: Comunicati stampa

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