Comunità diocesana
stampa

Padre Maccalli: «Mi hanno sostenuto la fede e le preghiere di tutti voi»

Intervista a Padre Pier Luigi Maccalli, dei Padri della Sma, per oltre due anni prigioniero in Niger dei terroristi locali - GUARDA LA VIDEO-INTERVISTA

Padre Maccalli: «Mi hanno sostenuto la fede e le preghiere di tutti voi»

Venerdì 4 dicembre presso la Curia Provincializia della SMA (Società delle Missioni Africane) di Via Borghero a Quarto il Direttore Silvio Grilli ha incontrato Padre Pier Luigi Maccalli, in questi giorni a Genova per incontrare i confratelli della Sma e presiedere alcune celebrazioni. Pubblichiamo il testo integrale dell’intervista che il missionario gli ha rilasciato per il nostro giornale.

Padre ‘Gigi’, siamo davvero felici di poterti nuovamente incontrare a Genova; commuove il pensiero di poterti rivedere qui e in buona salute, dopo quello che ti è accaduto. Prima di addentrarci nel racconto degli ultimi due anni, vuoi ricordarci alcune tappe della tua vita?
Cominciamo dall’ordinazione sacerdotale: sono stato ordinato prete nel 1985 e nel 1986 sono partito in missione per l’Africa, con destinazione Bondoukou, in Costa d’Avorio, dove è sepolto padre Angelo Bianco, originario di Andora, e lì ho raccolto la sua eredità. Sono stato 10 anni in quella terra, poi sono rientrato in Italia per l’animazione missionaria; sono stato proprio qui a Genova dal 2001 al 2007 come Consigliere provinciale della Sma e mi sono inserito nella realtà della Chiesa genovese. Nel 2007 sono ripartito per il Niger, dove ho passato 11 anni e dove, il 17 settembre 2018, è successa la mia ‘disavventura’ che per i successivi due anni mi ha portato nel deserto del Sahara.

Appresa la notizia del tuo rapimento, abbiamo tutti partecipato al tuo dolore, alla sofferenza dei tuoi famigliari e della comunità della Sma.
La Sma a Genova è un patrimonio straordinariamente importante di missionarietà. Tanti sono i missionari che in questi anni abbiamo conosciuto e apprezzato: essi sono davvero un grande esempio per la comunità cristiana genovese. Hai un buon ricordo dei tuoi 6 anni passati a Genova?
Sono stati anni belli e intensi quelli trascorsi a Genova; ho potuto inserirmi nel cammino diocesano e ho costruito dei bei rapporti, tra cui, nell’ambito della Pastorale giovanile, quello con ‘Don Nicolò’, io lo chiamerò sempre così, anche se ora è Vescovo! Con lui abbiamo accompagnato molti giovani in diversi incontri al Centro San Matteo; poi, sono salito più volte al Righi in Seminario con i giovani del Vicariato di Quarto per la preghiera per le vocazioni, in quanto il nostro carisma è proprio quello di accompagnare e aiutare i sacerdoti diocesani: abbiamo contribuito a fare animazione nelle varie parrocchie e, in questo orizzonte, ogni mese dedicavamo un incontro di preghiera insieme coi seminaristi che ho conosciuto e che oggi sono diventati sacerdoti! E poi il servizio nelle scuole: andavo all’Istituto delle Suore dell’Immacolata in Piazza Paolo Da Novi e facevo animazione missionaria e spirituale. Ricordo ancora tante attività nelle parrocchie del Vicariato: con il gruppo giovani, in particolar modo, ci si incontrava regolarmente per la preghiera e per l’Adorazione Eucaristica.

Arriviamo al periodo più doloroso per te e pieno di apprensione per i tuoi cari e per tutti noi. Raccontaci dove ti trovavi e cosa è successo quel 17 settembre 2018…
Mi sono sempre chiesto se mi trovavo al posto sbagliato, ma mi sono anche sempre risposto che ero al posto giusto, tra la mia gente, nella missione di Bomoanga in Niger. Semplicemente, quella sera ero a casa, stavo terminando alcune attività e stavo preparando alcuni pensieri per la celebrazione della S. Messa del giorno seguente. Ero in pigiama e sarei andato a letto di lì a poco quando ho sentito degli strani rumori: sono uscito per verificare di cosa si trattasse, pensando di incontrare qualcuno che era venuto a chiedere una medicina o per qualche urgenza, in quanto nella missione avevo creato un deposito farmaceutico proprio per aiutare le persone che ne avessero avuto bisogno in qualsiasi momento, anche di notte. Invece, mi sono trovato di fronte fucili puntati: è stato un momento molto rapido; pensavo fossero ladri e ho subito dato loro quello che avevo nel portafoglio; invece mi hanno legato le mani dietro la schiena e mi hanno spinto e caricato su una moto. Mai avrei pensato che quello sarebbe stato l’inizio di un viaggio così lungo…

Un viaggio che è durato due anni…
Sì, per la precisione due anni e tre settimane: 752 giorni!

Sei sempre stato nello stesso sito oppure vi spostavate?
Appena mi hanno sequestrato, abbiamo fatto centinaia di chilometri in moto, abbiamo attraversato il Burkina Faso, poi ci siamo ritrovati in Mali e da lì mi ha preso in carico un altro gruppo, in macchina; si andava e si tornava dall’ovest all’est, sempre nel Nord del Mali, nel grande deserto; ci spostavamo ogni due o tre mesi, a volte anche meno; c’era spesso un rumore di drone che insisteva nella zona, spesso ci si nascondeva, non stavamo mai nello stesso posto.

Come ti hanno trattato?
Generalmente bene, perché hanno avuto rispetto per la persona ‘anziana’ che dovevo apparire ai loro occhi con la mia barba lunga bianca. Loro stessi dicevano che, avendo 60 anni, ero vecchio. I miei carcerieri erano tutti davvero molto giovani; sicuramente io e gli altri ostaggi eravamo ‘merce preziosa’ e questo ci consentiva un trattamento conseguente di attenzione.

Sei stato sempre bene fisicamente?
Grazie a Dio sì, non ho mai avuto grossi problemi. Temevo di ammalarmi, perché abbiamo passato periodi sotto la pioggia, sotto il sole, il vento… quindi a volte ho avuto mal di gola, mal di testa o qualche raffreddore. In due anni ho preso solo due pastiglie di paracetamolo e non ho avuto bisogno di altro. Ho avuto paura perché pensavo: ‘Se mi succede qualcosa, cosa faccio?’, ma dal lato della salute, il Signore mi ha davvero preservato.

Possiamo solo immaginare, al di là della fatica e della sofferenza fisica, quella che deve essere stata la sofferenza morale, spirituale, personale, familiare. Tu non sapevi nulla dell’attenzione e dell’apprensione che qui in Italia c’era per la tua persona…
No, non sapevo assolutamente nulla. I primi mesi della prigionia li ho trascorsi completamente isolato, in mezzo alle dune di sabbia… per chilometri e chilometri si vedevano solo dune di sabbia! La cosa che, sinceramente, mi pesava di più non era tanto la situazione ambientale: da missionario, anche se non ero abituato al deserto, mi sono sempre comunque adattato. Ma mi pesava essere tagliato fuori dal poter comunicare col mondo esterno: mi dava pena il pensiero della mia famiglia, degli amici, delle persone della comunità da cui sono stato strappato. Pensavo all’angoscia e alla sofferenza che il mio rapimento aveva potuto provocare in loro. Quando successivamente ho avuto dei compagni di prigionia, sdrammatizzando un po’, ci dicevamo l’un l’altro che noi eravamo stati assegnati al provvedimento ‘41 bis-bis’, perchè oltre ad avere l’isolamento dal mondo esterno eravamo completamente perduti nel nulla. Non avere un orizzonte di tempo è stato davvero pesante, continuavo a ripetermi ‘Ma fino a quando durerà tutto questo?’… Due anni sono lunghi, ma so di altri che sono prigionieri da quattro o da sei anni… Non sapere, giorno dopo giorno, quando sarà la fine è logorante. Nemmeno l’ultima settimana di prigionia sapevamo se davvero la situazione sarebbe cambiata.

Il non poter celebrare e vivere quello che per noi sacerdoti è così importante, come l’Eucaristia e i Sacramenti, è stata un’altra sofferenza. La tua fede ti ha sorretto?
Adesso posso dire che la mia fede si è anche rafforzata, ma non nascondo che sono passato attraverso momenti che noi amiamo definire la ‘notte oscura’; sentivo il silenzio, anche di Dio, attorno a me e dentro di me; mi sono aggrappato alle uniche cose che avevo, la fede e la preghiera. Non avevo il Breviario o i testi della Parola di Dio. Li ho chiesti ai miei carcerieri, ma non me li hanno dati, non perché si rifiutassero, ma perché proprio non si poteva trovarli da nessuna parte. Non ho potuto ovviamente celebrare la S. Messa, ma ne ho compreso la profondità scorgendone una visione diversa: ogni giorno dicevo le parole della Consacrazione ‘prendete e mangiate, questo è il mio corpo offerto’ e ripetevo ‘ecco il mio cuore spezzato, non ho altro da offrirti, Signore’. Le parole nella Messa che diciamo, a volte anche un po’ frettolosamente nelle nostre celebrazioni, lì le ho capite; l’essere “in persona Christi” era davvero il mio corpo offerto. E poi, mi ha sostenuto la preghiera: avevo i piedi incatenati, ma non il cuore. Allora mi sono ripetuto spesso ‘Andrò con il cuore alle periferie del mondo, sono missionario e continuerò a pregare per il Vangelo, per i missionari, per le comunità che ho ‘dovuto’ abbandonare improvvisamente mio malgrado, per i catecumeni e per i battezzati che ho accompagnato’. Gridavo a Dio ‘Dove sei? Perché mi hai abbandonato?’, ma non era una preghiera di disperazione, era una preghiera come quella di Gesù sulla croce, sapendo che Lui c’era, che Lui era il Padre e le mie vie non sono le sue vie. Caparbiamente, ho continuato a crederci! Forse, ho avuto in dono questo sguardo nuovo sulla mia vita, sulla mia missione, sulla ‘missio Dei’, e mi sono reso conto che non facevo niente, ma Dio operava. E di quanto il Signore abbia fatto ne ho avuto eco solo al ritorno, immensamente di più di quanto io pensassi e potessi fare nel mio piccolo.

Possiamo immaginare quanta preghiera hai fatto in questi due anni. Certamente hai anche pensato a quante preghiere sono state fatte qui per te…
Non lo sapevo, ma ci speravo, ci contavo! Ricordavo e ‘chiamavo’ a gran voce i vari monasteri che tempo fa mi avevano assicurato preghiera, anche qui a Genova: le Passioniste, le Visitandine, le Clarisse Cappuccine. Inoltre, anche tutte le comunità parrocchiali, gli amici sacerdoti. Dentro di me vi ricordavo tutti e dicevo ‘pregate, pregate, pregate…’. Non potevo immaginare che lo facessero davvero! Sono stato stupito ed edificato nell’apprendere di quanta gente, di quanti Monasteri, di quanti amici degli amici si sono passati parola e hanno sostenuto questo mio tempo di solitudine. Nel mio paese e nella mia Diocesi di origine, Crema, ogni giorno celebravano la Messa e pregavano il Rosario; il giorno 17 di ogni mese ci sono state Veglie di preghiera, marce e fiaccolate. La Sma e tantissime persone mi hanno davvero testimoniato questo grande abbraccio di amicizia e di preghiera che mai avrei immaginato.

Nel nostro piccolo, attraverso il giornale diocesano, abbiamo cercato di scrivere con grande frequenza notizie su di te, di tenere viva la speranza e soprattutto la conoscenza della tua situazione perché nessuno ti dimenticasse. Poi, finalmente, è arrivata la liberazione! Come è andata?
È stato tutto molto rapido. Avevano registrato l’ultimo video l’11 settembre e in questo video il capo dei nostri carcerieri comunicava che aveva sentito che ci sarebbe stata una sola operazione in cui saremmo stati liberati noi italiani, una donna francese e un politico maliano. Però l’11 settembre, come sappiamo, è una data tristemente famosa nel mondo, e allora ci siamo chiesti se quel video fosse vero o fosse stato fatto solo per arricchire gli archivi di Al Qaeda.
Lunedì 5 ottobre abbiamo sentito dalla nostra radiolina, che ci avevano dato qualche mese prima come ‘gentile concessione’ per sentire le notizie dal mondo, che erano stati liberati un centinaio di jihadisti dalla prigione di Bamako, in Mali, come prezzo e scambio con degli ostaggi, e citavano la donna francese e il politico maliano. Di italiani non parlavano, ma io e Nicola Cracchio, l’altro ostaggio che era con me, ci siamo detti ‘Forse ci siamo anche noi!’. Quindi stavamo con le orecchie tese, per percepire eventuali rumori di automobili che venissero a prenderci.
Martedì 6 ottobre, intorno alle 10 del mattino, abbiamo sentito un’auto avvicinarsi e uno dei nostri sorveglianti si è avvicinato al finestrino e, ancor prima che l’occupante scendesse, si è girato verso di noi dicendoci ‘safar, safar!’, che significa ‘viaggio’. Ci hanno fatto smontare il campo e abbiamo iniziato questo viaggio, ci hanno bendato e, dopo un tragitto durato molte ore, ci hanno spostato su un’altra macchina. Dopo chilometri e chilometri e una notte passata sotto le stelle, mercoledì 7 ottobre il capo dei carcerieri ci ha detto che sarebbe tornato in moto a prenderci; abbiamo atteso tutto il giorno e, al tramonto, è arrivato un pick-up pieno di mujaheddin armati; l’autista, scendendo, ci ha detto “Libération. C'est fini!”. Ci hanno portato dei vestiti nuovi, e quindi giovedì 8 ottobre siamo arrivati, dopo due ore di macchina, in un luogo di incontro dove c’erano il politico maliano e la donna francese. Siamo ripartiti e verso mezzogiorno sono arrivate quattro macchine con militari e una con il mediatore e, dopo averci fatto una foto di gruppo, siamo partiti con lui verso Tessalit, località verso il confine con l’Algeria, siamo giunti a un aeroporto dove, dopo tre ore di volo, siamo arrivati a Monaco.

Pensi che la tua liberazione, quindi, sia dovuta a uno scambio di prigionieri?
Molto probabile. Noi due italiani non siamo apparsi sui giornali, l’attenzione era tutta sul politico maliano e sulla donna francese. Quando siamo scesi dall’aereo eravamo infatti dei perfetti sconosciuti, ma sicuramente facevamo parte del ‘pacchetto’.

Pensi che le autorità italiane abbiano avuto un ruolo in questo scambio?
Ad attenderci c’erano due governativi dell’Italia che ci hanno preso in carico e accompagnato mentre aspettavamo l’aereo che dall’Italia venisse a prenderci. Il Governo italiano sicuramente è stato parte in questa trattativa.

Al tuo ritorno, sei stato ricevuto dal Papa…
Ho avuto questo privilegio! Non avrei mai pensato che io, piccolo missionario di periferia, un giorno sarei stato ricevuto dal Papa. È stato davvero un momento bello, intenso, emozionante e ricco, che conserverò nel cuore.

In Italia, a partire dal tuo paese ma anche a Genova, hai trovato tante persone che sono veramente felici di averti rivisto…
È commovente poter rincontrare tanti volti, tanti occhi, ora è impossibile abbracciare tutti per ragioni legate all’emergenza sanitaria, però ho sentito un grande abbraccio da tutti.

Mentre eri nel deserto, ti è arrivata notizia della pandemia mondiale?
Nell’ultimo anno sì. Ce ne avevano parlato anche i nostri carcerieri, che ci raccontavano che il virus stava facendo stragi nel mondo. Noi pensavamo fosse una influenza più virulenta. Poi, quando ci hanno concesso di usare la radio, abbiamo avuto anche eco di maggiori dettagli e mai avrei pensato che fosse una cosa così grave da sconvolgere la vita quotidiana delle persone. Ci hanno dato le mascherine per la prima volta sull’aereo che ci riportava a casa.

Certamente, sei arrivato in un momento delicato per via di questa situazione dovuta al Covid, ma la tua presenza è un segno di speranza, di fiducia, di ottimismo e di fede che veramente in questo contesto che stiamo vivendo ci colma di consolazione e di gioia. Hai qualche programma per il futuro della tua vita?
Ho imparato nel deserto a vivere il presente. Ora, desidero vivere con intensità questo ritorno, con i miei familiari che hanno sofferto tanto e più di me. Io avevo anche delle giornate ‘tranquille’, ma loro erano sempre sulle spine non avendo mie notizie. Grazie a Dio, stanno tutti bene, temevo potessero stare male per causa mia; sono stati molto forti e adesso vorrei condividere con loro e con la mia comunità questo tempo di serenità. Sono missionario, lo sarò sempre e lo sarò sulle strade che lo Spirito vorrà. Per il momento, cerco di vivere al meglio questo tempo e rendo grazie a Dio.

Grazie Padre Gigi per il tempo che ci hai concesso e per le tue parole. Faremo in modo che in molti possano ascoltarle!
Attraverso la finestra de Il Cittadino vorrei far arrivare alle tante persone che non posso raggiungere il mio grazie di cuore per questo sostegno, per questa amicizia, per questa preghiera con cui mi hanno accompagnato. Grazie!

*Direttore Il Cittadino

Fonte: Il Cittadino
Padre Maccalli: «Mi hanno sostenuto la fede e le preghiere di tutti voi»
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento