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Maddalena Boschetti, fidei donum genovese, ricorda Sr. Luisa Dell'Orto

Uccisa ad Haiti, ha speso la sua vita nella missione 

Maddalena Boschetti, fidei donum genovese, ricorda Sr. Luisa Dell'Orto

Sabato 25 giugno a Port-au-Prince, capitale di Haiti, è stata uccisa sr. Luisa Dell’Orto, piccola sorella del Vangelo, missionaria da quasi 20 anni nel paese. L’ho conosciuta laggiù, pochi giorni dopo il suo arrivo, e da allora abbiamo vissuto in amicizia l’esperienza di missione in uno dei paesi più poveri e difficili del mondo.

Luisa era, in confronto a me, una “veterana”, veniva da un’esperienza di “primo annuncio” fra i pigmei del Camerun, in una comunità sperduta nella foresta, di cui qualche volta mi raccontava: formiche carnivore che arrivavano puntuali sempre alla stessa ora notturna, necessità di utilizzare anche per bere l’acqua piovana (fatto che provocava alla lunga problemi di salute), problemi terribili con la malaria, in quelle zone resistente alle terapie convenzionali, ma anche meravigliose riflessioni sulla necessità di utilizzare creatività e fantasia per spiegare alla gente chi era Gesù e cosa voleva dire che era risorto; era ricca anche di altre esperienze affascinanti: era stata formatrice in Madagascar, dove aveva vissuto altre sfide culturali, tra le quali l’apprendimento della lingua e in Francia, dove, scherzando, mi diceva che aveva fatto “il parroco”, in una delle tante parrocchie senza sacerdote. Ogni volta ascoltavo, come una bambina, queste storie vere, di vita, che mi raccontava e sulle quali sorridevamo insieme. Ogni volta mi ritrovavo, e ancora adesso mi ritrovo, a riflettere sulle ricchezze di fede e di vita che condivideva con me. Durante i primi 7 anni di missione ho vissuto e operato a Port-au-Prince, collaborando con i padri camilliani nella fondazione dell’ospedale Foyer Saint Camille e del centro per bimbi disabili abbandonati Foyer Betlemme.

A quell’epoca vedevo Luisa quasi quotidianamente, almeno quando la situazione lo permetteva. Già allora, infatti il paese era in balia di episodi violenti, che erano culminati nel gennaio- febbraio 2004 con una guerra interna, con scontri molto violenti, che hanno obbligato a trascorrere il mese di febbraio barricati nell’ospedale o in casa, arrivando al limite dei viveri e del gasolio. Ci sentivamo comunque, per aggiornarci sulla situazione e per incoraggiarci. Nel dicembre 2008 mi sono trasferita nel nordovest del paese, sempre per servire i bambini disabili, ma questa volta aiutandoli in famiglia, nell’estrema punta della diocesi di Port-de-Paix, su di un territorio vasto quanto - più o meno - una provincia ligure, ma senza strade, senza acqua, senza corrente elettrica, senza ospedali strutturati, senza scuole di livello paragonabile anche solo a quelle della capitale, senza presenza dello Stato, senza legge….dove tutte le energie sono convogliate a sopravvivere. Luisa era sempre una presenza amichevole, fraterna, che ho sentito al mio fianco. Veramente una “sorella universale” come avrebbe detto Charles De Foucauld, colui che l’ha affascinata e chiamata nella sua famiglia religiosa.

Ho vissuto la tragedia del terremoto del 12 gennaio 2010 proprio a Port-au-Prince, ero nell’ospedale dei camilliani, stavo dando da mangiare ai bimbi. Terribile. E terribili le prime ore, la prima notte, i primi giorni dopo il terremoto, nella sofferenza delle vittime che si accalcavano negli spazi esterni dell’ospedale - nessuno voleva restare all’interno di un’abitazione -, nella sofferenza di tutti coloro che erano sopravvissuti. Il 13 gennaio, il giorno immediatamente successivo, dopo aver messo al sicuro i bambini, sono uscita per andare a capire se le persone che conoscevo erano vive o morte, a piedi, perché le strade erano impraticabili. I telefoni erano fuori uso. La prima comunità che sono andata a visitare è stata quella di Luisa. Due ore di cammino fra macerie e cadaveri. Loro erano tutte vive.

Lei e le sue consorelle avevano improvvisato un punto di pronto soccorso sulla strada, di fronte alla casa. E’ negli anni dopo il terremoto che i diversi doveri, e ultimamente la pericolosità delle strade, ci hanno portato a incontrarci più raramente, ma sempre tenendoci in contatto.

E’ con l’aiuto della CEI e della Caritas ambrosiana che Luisa negli anni dopo il terremoto è riuscita a costruire “Kay Chal” (“la casa di Carlo”, in omaggio a Charles De Foucauld) per i ragazzi difficili del quartiere dove viveva. Quante centinaia di ragazzi hanno saputo qui per la prima volta di avere valore per qualcuno, hanno fatto esperienza di cosa vuol dire essere riconosciuti come persone, hanno ricevuto aiuto, attenzione, valore, amore. E’ in questi stessi anni che l’impegno, che condivido ormai con meravigliosi laici del posto, per i bambini disabili nel nord-ovest si è ingrandito e strutturato, fino ad arrivare, con l’aiuto della CEI, e quindi di tutti i fedeli della chiesa italiana, a realizzare un centro di riabilitazione, di educazione specializzata e di attività a 360 gradi per tutte le necessità delle famiglie di bambini disabili del nord-ovest e, in generale, per tutte le persone più vulnerabili.

L’ultima volta che Luisa è venuta da noi è stato proprio in occasione dell’inaugurazione del nostro “Centro Aksyon Gasmy”, il 3 dicembre 2021, accompagnata da padre Elder Hyppolite, salesiano, fondatore dell’istituto di filosofia di Port-au-Prince, anche lui grande amico e supporto dai primi anni. In quell’occasione Luisa e padre Elder hanno dimostrato tutto il loro affetto, supporto e coraggio, scegliendo di venire, nonostante le mille difficoltà e i pericoli del paese, che avevano obbligato molti altri a restare in capitale.

Luisa era, come sempre, semplicemente e fraternamente presente, garante e partecipe con la sua presenza del valore che vedeva nel nostro impegno. L’ultima volta che ho salutato Luisa è stato il giorno prima della mia partenza da Haiti per venire in Italia. Sono passata a salutarla all’istituto di filosofia, luogo del suo grande servizio alla chiesa locale, dove con le sue lezioni - di vita, prima ancora che di filosofia - ha contribuito a formare generazioni di sacerdoti. Pensavo, semplicemente, che ci saremmo rincontrate, al mio ritorno. Il 25 giugno è stato un padre camilliano, un amico, sempre in contatto con l’ospedale di Port-au-Prince, che mi ha chiamata per darmi la notizia della sua uccisione. Ero in macchina, con mia sorella e mia mamma; stavamo tornando da Lomagna, da una giornata passata, incredibilmente, proprio insieme alla famiglia di Luisa, le sue sorelle ed alcuni amici.

Avevamo condiviso notizie, raccontato gli ultimi avvenimenti e, chiaramente, portato i saluti e le ultime informazioni su Luisa, così, semplicemente, in una condivisione felice e fraterna. In quegli stessi momenti Luisa era vittima della violenza terribile, feroce, disumana, che siamo obbligati a subire come “normalità” in Haiti. Qualcuno sa qui in Europa come si vive laggiù? Quando si hanno qui notizie di Haiti? Cicloni, terremoti, fanno rumore e fanno ricordare che questo paese esiste. Adesso la morte di una povera donna - martire come l’ha definita Papa Francesco - una missionaria uccisa come sono uccisi ogni giorno tanti altri haitiani, così, per soldi o senza un vero perché, salvo la perdita totale del senso del valore della vita umana. Qualcuno mi chiede perché andare ad Haiti, come faccio a voler ritornare. Io chiedo a voi: come si fa a NON voler ritornare? Non è forse dove c’è più bisogno che dobbiamo essere presenti? Se siamo chiamati a essere speranza per i nostri fratelli, se siamo chiamati a metterci a fianco agli ultimi e a chi non ha nessun altro, se siamo chiamati a proclamare il valore della vita proprio in nome del Dio della Vita, è proprio qui, dove c’è più bisogno, che dobbiamo essere.

*fidei donum della Diocesi di Genova

Fonte: Il Cittadino
Maddalena Boschetti, fidei donum genovese, ricorda Sr. Luisa Dell'Orto
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