Raddrizzate le vie del Signore

10/12/2017
II Domenica Di Avvento
(Mc 1, 1-8)

La vita terrena osservata in sé stessa provoca due atteggiamenti: o di scoraggiato pessimismo per tutte le negatività che affiorano o di edonismo ad ogni costo, che rincorre i beni possibili co¬me se fossero perenni.
Ma la parola divina fa chiarezza: la vita terrena è preparazione al ripresentarsi di Dio ed in questa preparazione é Egli stesso che guida l'uomo, con amore e con potenza, chiedendo soltanto l’eliminazione di tutto ciò che può ostacolare la sua direttiva durante il cammino di avvicinamento.
La strada può sembrare lunga, tanto da far pensare ad un ritardo di Dio: in realtà ciò è dovuto alla pazienza divina, la quale vuole offrire a tutti il rientro in patria.
Un rientro improvviso e tuttavia anticipabile (non cronologicamente, ma nei suoi valori) mediante un impegno santificante.
Il pentimento è il primo passo di questa santificazione, in cui interviene l'azione sacramentale dello Spirito Santo.
Allora prepararsi a rivivere l’Incarnazione di Cristo – la prima venuta – è prepararsi alla sua seconda venuta, quella definitiva.

L’esordio dello scritto di Marco è scarno, telegrafico, ma solenne e denso. “Inizio” sembra echeggiare la prima parola della Bibbia (Gn 1,1): là si annuncia l’origine dell’universo e della storia umana, qui si proclama il principio della salvezza, una nuova alba.
Non “inizio” del libro, ma di una realtà, denominata “Vangelo”, la cui latitudine concettuale è ben più ampia del significato elementare di “buona notizia”.
Nella cultura ellenistica, infatti, vengono denominati “Vangelo” i messaggi di vittoria e di pace, i premi dati a chi li porta, i giorni e le celebrazioni di festa per tali annunci, ma, soprattutto, gli avvenimenti della vita dell' imperatore, del monarca, onorato come dominatore supremo, anzi divino: la sua nascita, le sue imprese, le sue vittorie.
Attribuire la prerogativa di “Vangelo” ad altri significa sconvolgere i parametri correnti: per il cristiano “Vangelo”, nella pienezza di ogni suo significato, è “Gesù Cristo, Figlio di Dio” e nessun altro.
La giustificazione è data proprio da questo nome composito: “Gesù”–“Jahvé è salvezza”, quindi colui che salva con la forza di Jahvé; “Cristo”–“unto, consacrato”, in ebraico “Messia” (“mashiah”), investito da Dio della missione regale-sacerdotale, a favore dell’umanità; “Figlio di Dio”: non soltanto un incaricato di Dio, ma di natura divina.
Sono i titoli che autorizzano Marco ad annunciare che il “Vangelo”, quello autentico, ha principio in Costui.
Tanto che Gesù Cristo è preceduto dal banditore preannunciato dai profeti. Il testo citato è attribuito a Isaia (40,3), ma ingloba, inizialmente anche parole del libro di Malachia (3,1), in cui si fa riferimento alla situazione delle strade in Oriente, per le quali non esisteva manutenzione ordinaria, ma in occasione della visita di un ospite ragguardevole, un banditore avvertiva ad alta voce, ripetuta¬mente, gli abitanti, affinché provvedessero ai lavori di ripristino necessari.
Giovanni, il precursore del Messia, ha questo compito, a livello morale: esorta a conversione, mediante la quale ottenere perdono dei peccati. Segno di tale impegno ed insieme invocazione di misericordia: il battesimo nel Giordano.
L’immersione nell’acqua è rito diffuso già in altre religioni e nell’ambiente ebraico, ma Giovanni dà un significato nuovo: di scelta religiosa definitivamente impegnante, in vista e in preparazione ad un battesimo decisivo, veramente efficace – non soltanto segno di pentimento e invocazione di perdono, ma davvero purificante l’uomo – perché è addirittura “immersione” nello Spirito Santo, cioè nella realtà personale e santificante di Dio.
Colui il quale offrirà tale battesimo è Cristo, che Giovanni precede come araldo, talmente inferiore a lui, da non esser degno di compiere il servizio riservato all’ infimo dei servitori: slacciargli i sandali.
Nonostante la sua vita improntata ad una austerità, la cui descrizione non ha intento semplicemente biografico, ma emblematico: Giovanni fa rivivere in sé i profeti descritti da Zaccaria (13,4), i quali portavano un vestito fatto di pelli d’animali ed Elia, il quale indossava “una pelle non lavorata, con una cintura di cuoio ai fianchi” (2° Re 1,8), tanto che un giorno – riferendosi ad un passo di Malachia (3,23) – i Giudei gli andranno a chiedere se sia lui Elia risuscitato (Gv 1,21 ss) e Gesù parlando di lui e della sua missione dirà, in senso spirituale: “è lui Elia, che deve venire” (Mt 11,14).
La figura del Battista e il suo annuncio riscuotono un’adesione decisamente massiccia, se Marco – iperbolicamente – scrive che accorrono “tutti” gli abitanti della regione: ottimistico adombramento dell’universale accoglimento della salvezza.

Giulio Venturini

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