Siederà sul trono della sua gloria e separerà gli uni dagli altri

26/11/2017
Cristo Re
(Mt 25, 31-46)

La liturgia della Parola che conclude l'anno liturgico si pone in riferimento e richiamo alla conclusione della storia dell'umanità, su cui sfolgora Cristo, nella sua signoria e regalità universale, La promessa con cui Dio si è impegnato a condurre personalmente il suo popolo, come Pastore amoroso e premuroso, si realizza in Cristo, il quale dà origine alla umanità nuova, redenta dal peccato e affrancata dalla morte; quindi destinata alla risurrezione soprannaturale e pure corporea.
Sul tramonto dell'umanità splende Cristo: re, pastore e giudice. Criterio della sentenza – di beatitudine o di maledizione eterna – è la rispondenza di amore ai solleciti provenienti dal prossimo sofferente nel quale si identifica Cristo stesso.

Dopo aver corredato il “discorso escatologico” di parabole, Gesù lo conclude descrivendo, in termini particolarmente solenni e grandiosi, il giudizio finale di Dio sull'umanità.
II “Figlio dell'uomo” (locuzione notoriamente messianica, tratta dai profeti Ezechiele e Daniele e frequentemente adottata da Gesù in riferimento a se stesso) alla fine dei tempi si presenterà in tutto il suo potere divino e regale di giudice: “verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, risiederà sul trono della sua gloria”.
Egli e il Re-Pastore, con potere universale (“saranno riunite davanti a lui tutte le genti”) al quale spetta il diritto di giudicare tutti, Israeliti e non Israeliti (“le genti”).
Viene pertanto smentita la presunzione giudaica secondo cui al Popolo Eletto sarebbe riservato un giudizio privilegiato rispetto alle “genti”.
Il criterio di giudizio non sarà infatti l'appartenenza o meno alla stirpe israelitica, ma l'adesione alla volontà divina, esplicitata nel messaggio evangelico e tradotta in comportamento concreto di amore. Un amore che, immediatamente riversato sul prossimo sofferente e in difficoltà, è motivato dall'amore verso Dio e quindi, in definitiva, a lui devoluto.
L’evento del giudizio divino viene descritto con andamento drammatico e ripetizioni di stile prettamente semitico, allo scopo di incidersi nella mente degli ascoltatori, i quali potranno essere annoverati tra “i benedetti dal Padre” oppure ritrovarsi tra “i maledetti”, a seconda che avranno saputo riconoscere o meno il Figlio nel fratello bisognoso di aiuto. Cristo infatti si identifica inequivocabilmente con chi soffre ed è indigente: “ogni volta che avete fatto queste cose ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli l'avete fatto a me”.
Per chi ha riconosciuto Gesù nel prossimo la sentenza è di piena partecipazione all’eredità del “regno preparato fin dalla fondazione del mondo”.
Per chi non ha voluto riconoscere Gesù nel prossimo e non l'ha aiutato è comminata la “maledizione”, il rifiuto (“lontano da me”) e la pena perenne (“il fuoco eterno”) già “preparata per il diavolo e i suoi angeli”.
E' una sentenza di assoluta giustizia, nel rispetto delle scelte dell'uomo: se l’uomo sceglie Cristo, ha diritto alla sua sorte eterna di beatitudine, se sceglie il “diavolo e i suoi angeli” è destinato a condividerne il destino.
Mentre la beatitudine è “preparata sin dalla fondazione del mondo”, il castigo non è preparato sin dalla creazione, perché il progetto originario di Dio prevedeva soltanto felicità: ossia la condanna non è conforme alla volontà creativa di Dio, ma è stata provocata, causata dal comportamento ribelle dell'uomo. I dannati, dunque, sono coloro che hanno scelto deliberatamente questa sorte. Da rimarcare pure che la condanna avviene a causa di omissione (“non avete fatto queste cose”) piuttosto che di azione intrinsecamente immorale: il che significa che se 1'omissione è tanto grave, anche di più lo è l'azione; comunque chi non compie il bene pecca già, perché trasgredisce consapevolmente la volontà di Dio, che è volontà di amore, di coinvolgimento nell'amore suo verso tutti coloro che – “piccoli” – sono senza risorse né protezione.

Giulio Venturini

 

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