La parola
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I lettura di domenica 11 giugno

Anno A - Corpus Domini

I lettura di domenica 11 giugno

Dal libro del Deuteronòmio
Dt 8,2-3.14b-16a

Mosè parlò al popolo dicendo:
«Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d'Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz'acqua; che ha fatto sgorgare per te l'acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».

Il libro del Deuteronomio – capolavoro che non ha riscontri in tutta la letteratura orientale – presenta tre grandi discorsi, in cui Mosè, giunto in prossimità della terra Promessa, riassume gli avvenimenti dell’Esodo, dandone una lettura religiosa, rimarcando punti nodali della Legge, che gli Israeliti sono chiamati ad osservare fedelmente e sempre.
Il breve brano attuale sintetizza proprio questo dovere: “Porre nel cuore e nell’anima” – mente, sentimenti, volontà – la Legge divina, che Mosè ha avuto il compito di trasmettere e di spiegare.
Ribadendo il monito, aggiunge che le parole divine debbono essere sempre presenti, “legate alla mano” e “pendenti tra gli occhi”.
Di qui l’usanza delle “filattérie” – piccole strisce di pergamena racchiuse in scatolette e legate rispettivamente sul braccio sinistro e sulla fronte – con su scritti alcuni passi biblici: Es 13,1-16 - consacrazione dei primogeniti e memoria della liberazione dalla schiavitù ; Dt 6,4-9 - “Shemā”: atto di fede in Dio e di memoria della sua legge; Dt 11,13-21 - ancora atto di memoria della legge.
Poiché in questi brani è pure prescritto che le parole divine debbano essere “scritte sugli stipiti delle porte”, gli ebrei conservano la tradizione di porre sullo stipite destro della porta di casa una piccola teca – “mezuzâh” – contenente le stesse espressioni bibliche: entrando ed uscendo la toccano rispettosamente, invocando la divina assistenza.
Mosè annuncia “benedizione” e “maledizione” in rispondenza della obbedienza e disobbedienza alla legge divina.
“Benedizione” indica protezione, prosperità, felicità.
“Maledizione” è sinonimo di abbandono, disgrazie, infelicità. La disobbedienza a Dio è vista sempre come idolatria, culto ad altro che non sia Dio. Mosè mette in guardia dal “seguire li dei stranieri”, le divinità – “sinora sconosciute” ad Israele – cui prestano culto le popolazioni della terra, in cui gli ebrei stanno per entrare.
La legge di Dio, che Mosè promulga, non appartiene al passato ma riguarda ogni epoca: un “oggi” permanente.
La parola di Dio, parola di verità e di etica, ha validità eterna. Non soggiace a mode di alcun genere.

Fonte: Il Cittadino
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