Il Vangelo della Domenica
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Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno

III Domenica di Pasqua (15 aprile 2018)

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni». 

Gli eventi, che culminano nella morte e risurrezione di Gesù, hanno lo scopo di redimere l’uomo dal peccato. Sono offerta di salvezza, che pertanto non può essere imposta di forza, ma liberamente accolta. La conoscenza di Cristo e della sua opera, dunque, deve sfociare nella conversione, in cambiamento di vita. Infatti la conoscenza puramente intellettuale delle realtà divine non costituisce titolo di salvezza: è indispensabile la coerenza della vita, ossia l’amore vissuto, non soltanto teorizzato.

Affinché la fede sia razionalmente garantita, Gesù ha dato prove chiare e sufficienti, definitive nella sua risurrezione, quale prerogativa esclusivamente divina, la quale fonda l'efficacia salvifica di tutta la sua opera sulla terra, dall’Incarnazione all’Ascensione.

 

È la sera, assai avanzata – può dirsi la notte del giorno della Risurrezione. I due discepoli ai quali Gesù si è manifestato in Emmaus, dopo essersi accompagnato con loro per strada, sono tornati immediatamente a Gerusalemme per “riferire” agli Apostoli “ciò che era accaduto”. A conferma dei discorsi che stanno facendo, ecco “Gesù in persona” si rende presente in mezzo a loro: un’apparizione, non un ingresso; giacché le peculiarità del corpo risuscitato di Gesù sono totalmente nuove rispetto alla fisicità precedente, svincolante da ogni limite di materialità, di spazio e di tempo, tanto che i due, ad Emmaus, non l’hanno riconosciuto sino al suo singolare modo di “spezzare il pane”.

Il saluto di Gesù – “Pace a voi” – è ben più che il consueto “shalom” ebraico: è dono e non soltanto augurio della “sua” pace, la nuova pace derivante dagli eventi redentivi che hanno ripristinato, l’armonia con Dio.

La pace che Gesù ha promesso tre giorni prima, nell’Ultima Cena: “vi do la mia pace, non ve la do come la dà il mondo” (Gv 14,27); anzi la pace che si identifica con Gesù stesso, tanto che Paolo scriverà agli Efesini: “Egli è la nostra pace” (Ef 2,14). In Cristo l’uomo, liberato dal peccato, ritrova la vera, genuina pace interiore.

L’apparizione di Gesù genera nei discepoli “stupore” perché imprevedibile, inattesa, ma pure “spavento”, perché la prima impressione è di trovarsi davanti “un fantasma”» del morto Gesù. Nel contempo hanno la percezione che sia realmente il Maestro.

Egli li rassicura: “guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!”.

Le cicatrici delle ferite provocate dai chiodi della crocifissione sono prova inequivocabile della sua identità. E poiché può sussistere ancora il dubbio di un’allucinazione, Gesù esorta i discepoli a “toccare”» oltre che “guardare” le sue ferite, facendo notare che “un fantasma non ha carne ed ossa” come egli ha.

I discepoli non sono facilmente conquistabili: sia perché – evidentemente – non si aspettano, neppure come probabilità, di rivedere Gesù risuscitato da morte sia perché, di fronte a questa eventualità la “grande gioia” potrebbe crear loro delle illusioni.

 Per questo resistono: “ancora non credono”.

Allora il Risorto offre una prova estremamente concreta: si fa dare del pesce arrostito e “lo mangia davanti a loro”.

Un’ultima prova irrefutabile della realtà della Risurrezione. Ma come sempre negli eventi divini – resta lo spazio per la fede: la corporeità del Risorto è diversa da quella precedente la morte e d’altra parte può mangiare come prima. Una corporeità reale, ma misteriosa: non assimilabile ad alcuna illusione o allucinazione. Assolutamente nuova.

La narrazione documenta chiaramente sulle disposizioni degli Apostoli che sono tutt’altro che propensi ad accettare il fatto della Risurrezione e che pertanto hanno bisogno di prove incontrovertibili. Non sono degli entusiasti che si autoconvincono.

Fonte: Il Cittadino
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